Il Progetto

Ricerca PRIN 2008 coordinata dal Prof. V. Zeno Zencovich e diretta dai Proff. A. Mazzacane (Università di Napoli), L. Nuzzo (Università del Salento), G. Resta (Università di Bari) e V. Zeno Zencovich (Università di Roma Tre)

PROGETTO DI RICERCA DI INTERESSE NAZIONALE

Le ferite della storia e il diritto riparatore: un'indagine storico- comparatistica

The Wounds of History and Restorative Justice: An Historical and Comparative Analysis

1.      Percorsi bibliografici e direttrici di ricerca

“Quando scoppia una guerra, la prima vittima è la verità. Le cause del conflitto, le forme in cui si manifesta, i successi e i rovesci dei differenti eserciti in esso impegnati passano attraverso lo specchio deformante della propaganda, arma anch’essa legittima della guerra. Ristabilire la verità è compito degli storici”.

Con queste parole veniva tenuta a battesimo un’importante iniziativa editoriale che vedeva la luce agli inizi degli anni sessanta del ‘900 e che, dedicata al ricordo del secondo conflitto mondiale, trovava nella memoria fotografica il principale strumento di documentazione (P. Caporilli, 7 anni di guerra. Fotostoria del secondo conflitto mondiale visto dalle due parti in lotta, Roma, Edizioni Ardita, 1964).

Esse sintetizzano e spiegano con semplicità uno dei più classici dilemmi sottesi agli studi storici, che costituisce anche il punto di partenza della nostra ricerca: l’uso pubblico della storia ovvero – come si è spesso detto con accenti polemici – la selezione degli strumenti e dei modi utilizzabili dagli storici per lo svolgimento di un’attività in senso lato politica (L. Canfora, Critica della retorica democratica, Roma-Bari, Laterza, 2005).

Si potrebbe dire che dalle classiche osservazioni del Bloch (M. Bloch, Apologie della storia o Mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1969) il dibattito su questo tema non si è affatto attutito. Anzi, la recente pretesa – manifestata tanto da organismi internazionali quanto da magistrature nazionali – di curare definitivamente le ferite lasciate ancora aperte dalla storia, ha rilanciato la riflessione sul ruolo che la storia e gli storici assumono all’interno dei processi di pacificazione e di riconciliazione.

Sotto i riflettori, in primo luogo, è stata posta la teoria culturale del costruttivismo, secondo cui la realtà, le conoscenze, i territori, ecc. sono il frutto di un preciso «processo di produzione» realizzato grazie ad un insieme di «rappresentazioni» (si cfr. P. Burke [a cura di], La storiografia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2007). Il trionfo di tale impostazione è stato rinvenuto nella costruzione, da un lato, delle identità individuali (N. Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, Torino, Einaudi, 1984) e, dall’altro lato, delle comunità; delle nazioni e del nazionalismo in particolar modo (B. Anderson, Comunità immaginate. Origine e fortuna dei nazionalismi, Roma, Manifestolibri, 2000). Si è trattato di autorevoli interventi rivelatisi assai utili per comprendere, ad esempio, la capacità modellante ed organizzativa delle “narrazioni” oppure il senso che appartiene, si direbbe, agli “altrui punti di vista” – significativa, sotto questo aspetto, la descrizione dell’Europa osservata dallo “spazio esterno coloniale”  (E. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Milano, Feltrinelli, 2002; L. Nuzzo, Il linguaggio giuridico della conquista. Strategie di controllo nelle Indie spagnole, Napoli, Jovene, 2004) –.

Da più parti si è parlato efficacemente di vere e proprie conquiste culturali, veicolate con un vocabolario pressoché univoco: «invenzione», «costruzione», «immaginazione», «produzione», «mito», volendosi con ciò evidenziare i dubbi che oggi si nutrono sull’obiettività della conoscenza. Cosa per cui i materiali storici, lungi dall’offrire le desiderate descrizioni oggettive del passato, proiettano in questo i valori del presente. Meglio: la convinzione che esista un materiale dotato di una sorta di trasparenza è stata messa in discussione; risultando al contrario convincente la scoperta dell’opacità posseduta dalle fonti storiche (C. Ginzburg, Miti, emblemi e spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi, 2000 e Id, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Milano, Feltrinelli, 2001). Il che ha significato apertura  della riflessione intellettuale verso un nuovo e problematico orizzonte.

In questo contesto anche il concetto di tradizione si è dimostrato non immune dai cambiamenti. L’insieme delle conoscenze e delle competenze che di volta in volta viene tramandato alla generazione successiva – si è sostenuto –  cambia necessariamente nel corso della sua trasmissione e il messaggio originario, una volta lanciato e messo in circolo, in tanto raccoglie l’attenzione di una variegata moltitudine di soggetti in quanto conserva molteplici aspetti. Gli interpreti ne coglieranno e ne valorizzeranno l’uno o l’altro a seconda degli interessi coltivati o delle situazioni in cui versano (E. Hobsbawm-N. Ranger, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 2002).

Ne è discesa la consapevolezza del fatto che ogni società ha un suo passato, ma non tutte lo hanno valorizzato allo stesso modo né si sono servite delle stesse procedure per richiamarlo alla memoria. Il tipo di approccio è variato nel tempo a seconda dell’atteggiamento che una struttura sociale ha deciso di assumere nei confronti di determinati fattori come il potere, la religione, il crimine, ecc (N. Bobbio, L’età dei diritti, Torino, Einaudi, 1997). Il problema, poi, si è complicato ulteriormente nel momento in cui la storiografia contemporanea si è interrogata sulla validità scientifica degli approcci scelti.

Attualmente si sta assistendo ad una sorta di esplosione, produttiva di una pluralità di tendenze. Come punto obbligato di riferimento, nella prospettiva della nostra ricerca, si segnala la pubblicazione, in sette volumi, curata da Pierre Nora (Les lieux de mémoire, 1984-1993) e dedicata allo studio della memoria nazionale francese nonché dei mezzi circa la sua conservazione e modificazione. Dopo di essa sono state pubblicate in tutta Europa opere simili (in Italia M. Isnenghi [a cura di], I luoghi della memoria. Strutture e d eventi dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997), incentivate da un crescente interesse manifestato dal pubblico per le memorie storiche. Un segnale, questo, che si è voluto ricollegare e contrapporre alla paurosa accelerazione delle trasformazioni socioculturali che, strappando con forza il presente dal passato, producono “problemi identitari” non lievi (C. Geertz, Interpretazioni di culture, Bologna, Il Mulino, 1998). L’attuale crescita di interesse per l’Olocausto e per la seconda guerra mondiale, ad esempio, si verifica nel momento in cui questi eventi traumatici sono sul punto di uscire dal novero delle memorie vissute.

Ad ogni modo la storia della memoria, oggi in piena fioritura, si è imposta come valido strumento esplicativo dell’importanza che assumono schemi e stereotipi. Risulta, infatti, acquisita l’idea secondo cui gli eventi perdono qualcosa della loro specificità nel momento in cui sprofondano nel passato; vengono cioè rielaborati, finendo col rassomigliare proprio agli stereotipi e agli schemi tipici di una determinata cultura (M. Douglas, Purezza e pericolo. Un’analisi dei concetti di contaminazione e tabù, Bologna, Il Mulino, 2003).

Passando dal piano della teoria a quello della pratica, va evidenziato che all’interno dei singoli Stati non sono mancate verifiche giurisprudenziali (ordinarie, amministrative e costituzionali) in grado di misurare l’“efficacia della memoria” in ordine alla propria storia totalitaria o coloniale (E. Fronza, Diritto e memoria. Un dialogo difficile, in “900-Novecento. Per una storia del tempo presente”, 10 [2004], pp. 47-59). Tuttavia non va trascurata la “sperimentazione” compiuta pure in campo internazionale, dove la discussione si è spesso sovrapposta alla tematica dei diritti umani (M. Flores, Tutta la violenza di un secolo, Milano, Feltrinelli, 2005).

Basta qui ricordare che, dopo le accuse rivolte ai tribunali di Norimberga e di Tokyo (visti quali simboli negativi di una “giustizia dei vincitori”), neppure i tribunali per l’ex Jugoslavia ed il Ruanda – e più in generale il processo che ha portato alla costituzione della Corte penale internazionale – sono stati risparmiati da critiche. I rilievi più frequenti hanno riguardato la lentezza dei procedimenti, la difficoltà di compiere gli arresti previsti senza la collaborazione degli Stati, le procedure ipergarantiste che riducono la certezza di poter giungere ad un verdetto di colpevolezza e – per quel che ci riguarda – gli effetti negativi che i procedimenti giudiziari possono avere sui processi di pacificazione e di riconciliazione necessari in situazioni di post-conflitto (A. Cassese, I diritti umani oggi, Roma-Bari, Laterza, 2005).

Proprio la difficoltà incontrata dal diritto nel rispondere ai massacri e alle violazioni gravi dei diritti umani con strumenti dal forte valore educativo, costruiti attorno a valori condivisi, ha suggerito l’opportunità di approntare nuovi tipi di istituzioni capaci di accompagnare, integrare o sostituire i più tradizionali meccanismi di attuazione della giustizia. Le cosiddette Commissioni di verità sono il principale frutto di questa ricerca. Emblematico il caso della Truth and Reconciliation Commission (Trc) prevista per il Sud Africa che, secondo l’opinione più accreditata, è riuscita a creare una sorta di circolo virtuoso in cui paura ed espiazione, rimorso e pentimento, minaccia e ricompensa nonché storia, memoria e diritto hanno finito per intrecciarsi e rafforzarsi reciprocamente nel tentativo di giungere al massimo grado di verità possibile (A. Lollini, Costituzionalismo e giustizia di transizione. Il ruolo costituente della Commissione sudafricana verità e riconciliazione, Bologna, Il Mulino, 2005).

 

2. Problemi aperti

Queste tendenze ed esperienze rappresentano sicuramente un filtro parziale con cui guardare alle ferite della storia; permettono, però, al tempo stesso di scorgere aspetti lasciati finora in ombra.

Sul piano teorico, ad esempio, scaturiscono dagli studi sopra indicati le seguenti questioni: Come vengono trasmessi e modellati i ricordi? Quanto incidono le deformazioni e le rielaborazioni culturali sulla memoria storica? In che modo si dipanano – all’interno di una cultura – i conflitti di memorie? Ovvero come si conciliano tra loro memorie diverse; ad esempio, quelle dominanti e quelle subalterne? In definitiva, quali sono gli itinerari percorribili per la costruzione di una memoria condivisa e quali, invece, quelli da evitare per non incorrere nell’amnesia sociale e culturale?

Anche sul piano pratico gli interrogativi proponibili sono di eguale portata: Fino a che punto i processi costruttivi di una memoria storica possono incidere sulle decisioni politiche e giuridiche? Quale equilibrio è possibile trovare tra verità e giustizia? Quale, inoltre, l’accordo praticabile tra verità e riconciliazione? Ancora, come si può arrivare ad una storia condivisa in contesti caratterizzati da diversità etniche, razziali e culturali? E, in ultimo, in che modo si può validamente misurare una riconciliazione, ovvero il grado di solidarietà, di valori condivisi, di trasformazione morale e di impegno a superare il passato, prevenendone un futuro possibile ritorno?

 

3. Obiettivi della ricerca

E’ evidente, allora, che ripercorrere i “processi di riconciliazione” con un atteggiamento attento alla storia, e quindi alla comprensione più che al giudizio, può agevolare il conseguimento di importanti obiettivi: chiarire le opposizioni, le contraddizioni, le aporie che si riscontrano all’interno della teoria e della pratica dei diritti; evitare di ridurre la complessità delle situazioni ad una pura e semplice presa di posizione politica o ideologica; aiutare il diritto positivo a ricucire lo strappo sociale, culturale e politico che ogni grave violazione della giustizia introduce in una comunità.

 

4. Articolazione della ricerca

La ricerca, muovendo nella direzione indicata e seguendo le principali direttrici sopra riferite, sarà articolata nel modo seguente:

 

Le ferite della storia tra memoria e diritto

 

A) Teoria e metodo

Innumerevoli studi recenti, dalle neuroscienze alla storia della cultura, hanno illustrato il ruolo della memoria in qualsiasi processo intellettivo, individuale o collettivo (si v. il Gedächtnis und Erinnerung Ein interdisziplinäres Lexikon, hg. v. N. Pethes u. J. Ruchatz, Reinbeck bei Hamburg, 2001). Nella storiografia degli ultimi anni essa è divenuta il concetto centrale attorno al quale si organizzano gli studi storici, sostituendo altre nozioni un tempo cruciali – razza, classe, genere –  tanto da far registrare un vero e proprio “boom” delle ricerche (J. Winter, The Generation of Memory: Reflections on the “Memory Boom” in Contemporary Historical Studies, in “Bulletin of the German Historical Institute”, 27 [2002], pp. 1 ss.). Il terreno si è dilatato dal campo delle idee fino a vasti processi di analisi degli spazi pubblici e del loro corredo di simboli, scomponendo pezzo per pezzo l’”invenzione della tradizione”, i monumenti, le parate, le celebrazioni, le cerimonie commemorative. Nell’ambito della storiografia la lista degli incroci possibili riguardanti la memoria è molto lunga (J. Le Goff, Memoria, in Enciclopedia Einaudi, Torino, 1979, v. 8, pp. 1068-1109). Si pensi semplicemente alle relazioni tra memoria e mito, tra memoria e tempo o tra memoria e documento (P. Rossi, Il passato, la memoria, l’oblio, Bologna, Il Mulino, 1991).

Tuttavia fra i giuristi e gli storici del diritto il tema non ha riscosso grande attenzione, ma l’interesse non è infondato. Sarebbe necessario analizzare, ad esempio, la relazione tra memoria e rito; o tra memoria e consuetudine – questione di grande rilievo concettuale – o tra memoria e norma. Dal punto di vista teorico, dunque, la ricerca sarà indirizzata verso un’antropologia della memoria nell’esperienza giuridica occidentale, esaminando due strutture essenziali, che con una forte schematizzazione si possono indicare come la nozione di memoria dell’età intermedia e quella dell’età moderna.

Ciò permetterà di avviare il discorso metodologico, in quanto la progressiva sovrapposizione tra memoria e storia sembra aver fatto perdere di vista l’autentico significato di quest’ultima, originariamente legato al campo dell’esperienza del “vissuto” intesa come categoria carica di soggettività (S. Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004).

Tuttavia, assai recente è l’accusa mossa agli storici circa la loro scarsa propensione all’utilizzo dei nuovi canali di comunicazione, segnalati tra i più profondi cambiamenti dell’ultimo ventennio. Ne è disceso un acceso dibattito che ha progressivamente trasformato problemi di natura accademica in questioni etiche e valoriali. Basti sottolineare che la riflessione sulla perdita del senso del passato è stata sempre più interpretata come una riflessione sul mestiere dello storico (S. Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Roma-Bari, Laterza, 2007).

L’uso pubblico della storia, insomma, rappresenta una categoria che si è enormemente dilatata rispetto alla originaria definizione: se fino a qualche tempo fa erano gli storici ad informare le opinioni comuni sul nostro passato, oggi sono strumenti di altro tipo ad improntare giudizi ed opinioni correnti, trasformando significativamente quella che un tempo era una funzione primaria della storia: la sua tensione educativa e civile (N. Galerano [a cura di], L’uso pubblico della storia, Milano, Franco Angeli, 1995).  Pertanto, su questo versante, la ricerca dell’unità napoletana intenderà  promuovere una ricognizione metodologica intorno ai significati plurimi che la “storia” è andata assumendo nei diversi contesti disciplinari, concentrando l’attenzione in particolar modo su un tema centrale della riflessione giuridica: la relazione tra storia, verità e giustizia.

 

 

B) Memoria” del giurista e “memoria collettiva”: la reintegrazione degli ebrei nell’Italia postfascista.

 

“È ben vero che la campagna razziale non fu mai sentita in Italia, dove non è mai esistito un «problema ebraico», e dove gli israeliti sono sempre stati considerati dalla popolazione e dal comune sentimento – che fa onore al nostro popolo – alla pari di tutti gli altri cittadini” (Borghese, Sofo, Considerazioni in tema di leggi e anti-leggi razziali, in “Il Foro italiano”, 1949).

Con questa considerazione, nel 1949, il giudice Sofo Borghese concludeva una propria nota ad una sentenza emessa dal Tribunale di Milano in tema di reintegrazione degli ebrei nei diritti patrimoniali. Le parole del magistrato sono fortemente indicative di come, nella ricostruzione e rielaborazione della recente storia degli ebrei durante il regime fascista, vicende giuridiche e costruzione della memoria collettiva si intrecciassero.

Recenti contributi storiografici, relativi alla ricostruzione delle vicende degli ebrei nell'Italia post-fascista, hanno messo in luce la forte tendenza dei governi del decennio successivo alla caduta del regime, a rivendicare una sorta di "monopolio della memoria" degli anni della persecuzione razziale. L’obiettivo appariva verosimilmente quello di riabilitare la nazione italiana sul piano internazionale e di costruire una memoria omogenea e pacificata, tale da poter essere condivisa anche da coloro che erano stati direttamente assoggettati alle disposizioni antiebraiche del 1938. La selezione degli eventi era tesa a focalizzare l'attenzione sul periodo successivo all'occupazione tedesca, lasciando quasi nell'ombra gli anni compresi tra il '38 ed il '43. La memoria della legislazione razziale si andò così strutturando attraverso immagini stereotipate: quella dell'italiano magnanimo e, per naturale inclinazione, ostile ad ogni forma di razzismo e quella speculare del tedesco incivile che aveva imposto all'Italia l'adozione della normativa, sul modello nazionalsocialista. Tali immagini si consolidarono in un vero e proprio paradigma interpretativo, largamente utilizzato, fino alle soglie degli anni '80, tanto dalla storiografia politica quanto dalla memorialistica ebraica (Schwarz; Pavan).

A livello normativo, il rapporto con la legislazione razziale del ’38 si articolò su due livelli distinti ma complementari: da un lato, con il R.D.L. del 20 gennaio del 1944, la dicotomia ebreo/ariano, che era stata introdotta dall'art. 8 del decreto recante "Disposizioni per la difesa della razza italiana", fu cancellata dall'ordinamento giuridico e consegnata all'oblio. I "cittadini italiani di razza ebraica", dichiarati eguali in diritti e doveri ai connazionali "ariani", venivano reintegrati "nel pieno godimento dei diritti civili e politici". D’altro canto, i decreti di attuazione, finalizzati a dar concretezza alle restituzioni, presupponevano un necessario ma tacito riferimento a vecchie categorie ed istituti che resistevano, dunque, nello strumentario di coloro che a quelle disposizioni erano chiamati a dar attuazione e ne perpetuavano il ricordo (Falconieri).

In quale maniera, il giurista è stato coinvolto ed ha preso parte al processo di costruzione di una “memoria collettiva”? I tempi e i modi della memoria del giurista coincidono con quelli del legislatore, dello storico e dei singoli protagonisti delle vicende italiane del 1938?  

In questa sede, ci si propone di cercare una plausibile risposta a tali interrogativi, con l’obiettivo di far luce sul complesso rapporto che si instaurò tra memoria del giurista e memoria collettiva. L’attenzione verrà concentrata, in modo particolare, sul discorso processuale. L’attività processuale, infatti, può essere pensata come un particolare meccanismo di “rimemorazione”, al quale presiedono regole rigide e predeterminate; all’interno di esso, si verifica necessariamente una selezione degli avvenimenti che devono essere “ricordati” ed inseristi nella costruzione del discorso processuale.

Attraverso lo studio e l’analisi delle sentenze e delle argomentazioni addotte dalle Corti italiane che, dopo il 1944, si trovarono impegnate nei processi di reintegrazione “cittadini colpiti dalle leggi razziali” nei propri diritti, si cercherà di comprendere come ed in quale misura le “storie” ricostruite nel corso dei processi di reintegrazione abbiano risentito delle rielaborazioni operate dalla storiografia contemporanea e di valutare, al contempo, quale sia stato il contributo fornito dagli operatori del diritto al complessivo processo di rielaborazione delle vicende vissute dagli ebrei italiani durante il periodo fascista.