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Non sono un topo - Versione ebook -

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Il libro racconta la storia di Maria, ammalata di AIDS.

In un ospedale, incontra una donna forte e sensibile, interessata alla sua storia che decide di scriverla.

Maria Lotta per la vita e dimostra di avere una forza incredibile per combattere la morte.

Non vuole essere una cavia per questi motivi:

- Non ha la certezza sui nuovi farmaci per il trattamento dell'AIDS.

E' una malattia che spaventa che tutti ma che nessuno conosce.

- Maria é sottoposta a migliaia di test, di esami, alcuni de quali molto dolorosi. In realtà, molti medici fanno test per vedere, per scoprire, per trovare virus tipici dei sieropositivi e dimenticano che non tutti i malati di AIDS hanno gli stessi sintomi).

-Purtroppo, lei è vittima di errori da parte di infermieri e medici: molti di loro sbagliano la somministrazione dei farmaci in termini di qualità e quantità.

Il libro mette in evidenza gli errori della organizzazione sanitaria.

E Maria si rende conto che la percezione della malattia non è cambiata sia per le persone, sia per i medici.

In passato i dottori volevano conoscere veramente il paziente, volevano sapere come stava sotto ogni punto di vista.

Oggi, i medici sono interessati soltanto agli effetti dei farmaci e nient'altro.

Questa storia è una storia di tristezza, rabbia, senso di colpa, ma dimostra l'amore per la gente e per la vita ..


Ringrazio a tutti coloro che hanno deciso di leggere questo libro.

A tutti coloro che si sono commossi, che hanno provato rabbia, che hanno “sentito” la forza della protagonista.

A tutti coloro che hanno compreso il messaggio che io ho voluto dare.

A tutti coloro ai quali il libro è stato utile

Luana

UNA... PREMESSA:

.. e ti ritrovi solo

Quando te l’hanno detto sei diventato sordo. E quindi lo hai chiesto e “ri-chiesto” più volte: “Come?… possibile Io?”. E ripetendo le analisi hai odiato tutti i vari dottori che confermavano quel risultato da te considerato errato. Le sensazioni che hai provato in quei secondi, erano tante. Terrore, paura, rabbia. Autocommiserazione. Errore del destino: gli altri se lo meritavano, tu no!

Da lì iniziano anni di notti insonni, di incubi. Bruci mentalmente tutti i progetti. Non te ne frega più niente del lavoro, dello studio, degli amici, dei parenti, perfino di tua madre. Perché nessuno sa e nessuno deve sapere. Quindi stai attento ad ogni minimo contatto. Non tocchi più, non abbracci più. Con mille scuse rifiuti ogni invito e, finalmente, dopo mesi, raggiungi il tuo obiettivo: rimanere solo. Nessuno potrebbe capire e non riusciresti a sopportare né la pietà, né i pianti, né le esagerate preoccupazioni e tantomeno di essere evitato.

Basta dire quella frase e tuo padre potrebbe non essere più tuo padre, né tua madre, né i tuoi amici potrebbero “mantenersi” così come sono ora. Non tolleri le loro trasformazioni…. e, nel corso degli anni, si moltiplicano i malesseri: la tosse, la febbre, le bolle, le piaghe, le mille infezioni.

Si trasforma la tua casa: il bagno è pieno di disinfettanti, i pensili di medicine, il cesto della frutta di arance e limoni che “forse ti fanno bene”. Il calendario si riempie di appunti per visite di controllo e di esami medici. Poi, alla fine, quando ti sono già morti accanto, al tuo letto di Ospedale, una quindicina di amici, ti dicono che “forse ti salvi”. E di nuovo diventi sordo. Chiedi e “ri-chiedi”: “Possibile? Io? Come? Quando?”

Nuove medicine di gran successo da sperimentare. Diventi così, volontariamente una cavia. Dopo pochi mesi ti sembra di stare bene. Riacquisti l’equilibrio fisico, la memoria, la capacità di camminare. Ti arrabbi, perché si aggiungono, ai piccoli malesseri, gli effetti collaterali dei nuovi farmaci….. e ancora una volta, “sei limitato”. Non puoi sempre uscire perché fa troppo freddo, troppo caldo, hai la febbricola o il vomito… e ancora bugie ai pochi amici che, ogni tanto, hai voluto UGUALMENTE frequentare. Hai ancora le bolle, ancora le macchie, ma stai bene. Ammettilo! Stai bene. Vorresti gridarlo a tutti. Vorresti dire a tua madre: “forse non muoio” e dividere con gli amici la gioia. Ma sei solo. E rimani immobile con la cornetta del telefono in mano e gli occhi lucidi “A chi? A chi telefono? A chi do la bella notizia?”. Inghiottisci il pianto, lasci il telefono e corri per strada. Ti guardi in torno e gridi mentalmente alla gente: “Ora ci sono anch’io”.

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