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RAZZISMO ANCORA PRESENTE

(Da: www.nativiamericani.it/?p=7503)

Dana Lone Hill: “il razzismo, nel 2012, è ancora vivo e vegeto” 

L’altro giorno ho letto un commento di qualcuno che diceva “Il razzismo non è importante.”
Agiscono (parlano) come se fosse inesistente. Ora, non dico questo per essere razzista, ma la persona che ha detto questo è bianca, e per dire il vero, se sei bianco non lo senti mai il razzismo, a meno di essere fuori dal tuo elemento. Nella mia riserva, una volta avevo un padrone bianco che fu fermato dalla polizia tribale che gli dette una multa perché andava troppo veloce. Andava a 90 in una zona di 55, pensando di essere in mezzo a un bel nulla, ma lo considerarono un crimine perché correva con l’intento di recare la morte, o qualcosa di simile. Si difese davanti a una corte tribale e dovette pagare una multa di mille dollari. Mi ci misi a ridere, anche quando se ne lamentò e disse parolacce, però quando disse che era “razzismo invertito” perché era bianco, smisi di ridere.
Gli dissi, “Benvenuto nel mio mondo. Se io l’avessi fatto fuori dalla riserva, sarei in prigione”.
Vivo nello Stato più razzista contro gli Indiani d’America, giù le mani. Non mi sono mai resa conto di quanto fosse razzista finché non traslocai da là e non fui seguito quando andavo a fare la spesa.
Vivere nel Sud Dakota, specialmente all’ovest del fiume Missuri presso le Black Hills, ed essere un Indiano è decisamente una lotta. Impiego il termine “lotta” in modo impreciso, perché penso che i miei antenati sapevano cosa fosse una vera lotta, specialmente dopo essere stati messi nelle riserve. Il nostro modo di vita può essere sembrato una lotta ai bianchi che si istallarono qui perché non era il loro stile di vita, ma la vera lotta cominciò quando gli Indiani furono forzati ad assumere uno stile di vita che non era il loro; specialmente dopo aver sconfitto l’esercito Americano nella battaglia di Greasy Grass o come il governo la chiama, “Il Massacro di Little Big Horn”. Difendere la propria gente quando si è attaccati non è un massacro, è un calcio nel sedere. Anche quando l’intero settimo battaglione della cavalleria fu spazzato via nel 1876 e la loro bandiera fu presa nella battaglia, questo giorno esiste ancora. Quattordici anni dopo quel calcio nel sedere, massacrarono più di 300 donne, bambini ed uomini a Wounded Knee. Credo, come mi fu insegnato, che si trattò di una vendetta.
Dopo di che, il governo forzò la nostra gente a seguire un altro modo di vita. Volevano che un popolo che viveva di caccia diventasse coltivatore. Dettero loro terre da coltivare che non erano adatte alla coltivazione. I bambini furono forzati a parlare un’altra lingua, forzati ad andare nei pensionati scolastici dove furono convertiti di forza, furono abusati fisicamente, emotivamente e sessualmente … era questa la supposta civiltà ed un migliore modo di vivere?
Pensare che ho degli antenati che hanno superato questo trauma ed hanno continuato a tramandare il nostro stile di vita e le nostre virtù, mi dimostra la forza della mia gente. Ci sono anche molti altri che non hanno mai recuperato dal danno subito. Parte di questo danno e di questa rabbia continua nelle nuove generazioni attraverso il traumatismo storico. Certuni pensano che il trauma storico non esiste e che questa è una scusa, ma questi sono gli stessi che abbassano la bandiera a mezz'asta e che si lamentano del 9/11. Amano raccontarvi dove si trovavano esattamente quando l’aereo colpì la prima torre. Non dico che ci sia qualcosa di male ad onorare coloro che sono morti quel giorno, ma non si può dimenticare una grande tragedia – specialmente quando le vittime di questa tragedia condividono il vostro stesso DNA. Dopo tutto, il 9/11 non è la prima volta che ci sono stati attacchi terroristici su questa terra.

Questi si sono verificati per ben più di 500 anni.
Così, quando parlo di razzismo nel Sud Dakota, non è per niente paragonabile a quello al quale i nostri antenati sono stati confrontati. Pertanto, nel 2012, è ancora vivo e vegeto. Non cerco mai apposta il razzismo. Penso che forse quel libraio sta passando una brutta giornata o l’autista di quell’autobus si è svegliato con i bruciori di stomaco. Allora, quando è proprio visibile che il razzismo ha davvero mostrato la sua brutta faccia, parlo e chiedo che i miei figli siano trattati come gli altri. Voglio che i miei bambini lo sappiano e che si ricordino quel che faccio, perché voglio che sappiano che non è accettabile di lasciar continuare la gente a pensare che essere trattati in modo diverso a causa del colore della pelle sia bello (ciò è comunque così stupido!) So di aver imbarazzato i miei figli, e qualche volta non me lo dicono quando hanno vissuto un episodio di razzismo, ma a volte lo fanno, così forse essi vogliono realmente che li difenda. Spero solo che un giorno faranno lo stesso per i loro figli, perché se non lo faranno, la loro nonna lo farà.
La prima volta che sono stata vittima di razzismo ero in prima elementare. Fino a quel punto della mia vita, tutto andava bene. La cosa più traumatizzante nella mia vita era il fatto che i miei genitori avevano divorziato. Mi annoiava di dovermi dividere fra mio padre e mia madre, specialmente dopo che mia madre partì dalla riserva per la città per andare al collegio.
Ero troppo giovane per rendermi conto che si trattava di razzismo, ma sapevo che non era giusto. Avevo cominciato ad andare a una scuola frequentata dai bianchi, vicino alla riserva. Non vedevo l’ora di farmi degli amici. Ero già timido, e l’intera classe era formata da bianchi. Mi sono seduto e l’insegnante mi ha fatto andare davanti alla cattedra per presentarmi alla classe. Alcuni bambini ridacchiarono al mio cognome e io mi domandai perché trovassero il mio cognome buffo. Quando essi si presentarono a me, avevo pensato che alcuni dei loro cognomi somigliassero a uno starnuto. Tornai al mio banco e la classe pronunciò il giuramento di fedeltà. Come stavamo facendo il giuramento, udii ciò che il compagno che stava seduto accanto a me diceva. Mi ricordo perfino il suo nome: Greg.
Disse: “Perché dovevano mettere l’Indiana proprio accanto a me, tutti sanno che gli Indiani puzzano. Non voglio sedere accanto a un Indiano puzzolente.”
Mi ricordo di essere diventata rosso mentre mi voltavo a guardarlo, poiché avevamo finito di fare il giuramento. Stava ancora vicino alla cattedra lamentandosi di essere seduto accanto a me.
Non ricordo quanto tempo andai a quella scuola, è tutto confuso. So che non fu a lungo. L’ebbi vinta dopo essermi bisticciata con qualcuno, e tornai alla riserva per vivere con mia nonna.
Ciò che risalta è il mio ricordo di come qualcuno mi odiasse allorché non avevo che sei anni a causa di chi sono, nemmeno di chi sono come persona, ma di chi sono basandosi sul colore della mia pelle, e questo venendo da un altro bambino di sei anni. Divenuta grande e ricordando quell’episodio, mi sono resa conto che quel bambino quelle cose le aveva imparate a casa. Come faceva un bambino di sei anni ad avere tali nozioni preconcepite sopra un’altra razza? A volte mi chiedo come quell’odio profondo abbia degenerato in lui. Nel lontano 1980, ero l’unica Indiana in una classe di circa 30. Quando ritornai là parecchi anni dopo e i miei due figli più grandi entrarono all’asilo, stavano in una classe di 31 allievi, di cui 26 erano Indiani, 2 erano Messicani, 2 erano neri, ed un ragazzino era bianco.
Ricordo di aver pensato per un mezzo secondo che cosa sarebbe accaduto se quel bianco fosse il figlio di Greg, e di aver sperato che Greg sapesse come ci si sente, se questo fosse il caso. Poi pensai, “Cosa mi succede?” Ero là, a lasciarmi andare a pensieri stupidi mentre mi trovavo davanti a una bella classe di colore e quei bambini non avevano questi pensieri. Quei bambini avevano ragione, per il momento. Non erano per nulla razzisti come i loro genitori. Ricordo di essere stato così anch’io, prima che certi avvenimenti si producessero nella mia vita ed imparassi a non avere fiducia. È così che sono i bambini. Essi sono spontaneamente buoni perché non hanno pregiudizi finché non glieli insegnano.
Il resto dello Stato del Sud Dakota è tutto incasinato, dai media ai servizi sociali e alla polizia. Potete chiedere a qualunque Nativo qui se ha avuto a che fare col razzismo, e vi risponderà affermativamente. Anche se nessuno è innocente, nemmeno io. Ma dire che ho avuto a che fare con il razzismo una o due volte è lontano dalla verità. Dire cento o duecento volte sarebbe più vicino alla realtà, ma è probabilmente ancora di più. Se ci pensate bene, a cominciare dall’età di sei anni e vivendo in questo stato la maggior parte della mia vita, più di... duecento volte. Non potrei nemmeno contarle.
Il razzismo non è sempre enorme e davanti a voi, ma lo sentite come un sassolino nella scarpa. Lo si vede quotidianamente nei media. Definitivamente esiste nel Sud Dakota. La metà del quale, secondo ogni diritto, dovrebbe appartenere ai Lakota.
Il governo statunitense ruppe il trattato del 1868 di Fort Laramie rubando le nostre sacre Paha Sapa, le Colline Black Hills, a causa dell’oro che vi si trovava. Poi ebbero il coraggio di cercare di comprarci con una causa offrendoci un arrangiamento.
Ho dovuto crescere un po' prima di rendermi conto del perché eravamo così cauti a non “svendere” e prendere I soldi. Come Lakota non siamo così, e le Paha Sapa sono sacre per noi. I soldi non sono sacri per noi come lo sono per certe persone. I nostri antenati combatterono per questa terra e questo modo di vita. Hanno dato il loro sangue per preservarci. Per noi, le Colline Black Hills sono il centro dell’Universo. Nessun scienziato al mondo può dirmi che non è vero, perché ci credo con tutto il mio cuore. Per me, è vero. Lo posso sentire quando le traverso guidando. Anche se è la più grande trappola per turisti che esista. Hanno estratto l’inferno fuori dalla nostra terra sacra ed hanno preso tutto quello che era possibile prendere, e messo le trappole per turisti che non hanno senso. Luoghi che vendono taffy, fudge e perline fatte in Cina. Luoghi con rettili e squali e villaggi scandinavi. Ma il maggior insulto per noi è il Monte Rushmore con le effigi di quei presidenti, ognuno dei quali ha commesso dei crimini contro gli Indiani.
Non importa quanto oro hanno preso dalle Colline Black Hills, o quanti soldi fanno con le Black Hills, esse sono ancora sacre per noi, perché in primo luogo non ha mai avuto importanza. Qualsiasi somma di denaro il governo ci offra per farci partire in silenzio, ciò non accadrà. Non svenderemo mai e continueremo di far sapere al mondo perché.
Forse questa è la ragione per cui il razzismo contro gli Indiani è così forte in questo stato. Non sto dicendo qualsiasi persona che non è Lakota, Dakota o Nakota è razzista qui. Ho degli amici che non lo sono e che sono  ”cool”. Sono ben trattato quotidianamente da molte più persone che no. Forse il razzismo non lo provo ogni giorno, ma solo una volta la settimana. Eppure, ripensando all’esperienza del mio vecchio padrone ed a come quello che lui credeva fosse un “razzismo invertito” lo traumatizzò, sono certa che non vorrebbe camminare mezzo chilometro nelle mie scarpe nemmeno una volta.
Credo che la gente di questo stato che è razzista contro di noi, e si comporta come se non lo fosse, sappia nel profondo della loro anima perché lo è, nello stesso modo che nel fondo di ogni anima di ogni persona nella Grande Nazione Lakota – Dakota – Nakota che ha vissuto il razzismo in questo stato sa perché lo ha provato…
Perché le sacre Paha Sapa ci appartengono, e ci sono state rubate.
‎”Faccio male a voler bene alla mia gente? È colpa mia se la mia pelle è rossa? Perché sono un Lakota? Perché sono nato dove mio padre viveva? Perché morirei per la mia gente e il mio paese?”, Sitting Bull, (Toro Seduto) Hunkpapa Lakota -Di Dana Lone Hill.
(Traduzione a cura di Benedetta Pignataro).


(Dana Lone Hill è un membro iscritto della tribù dei Lakota Oglala Sioux, nata e cresciuta nella riserva di Pine Ridge. Attualmente vive nella città di Sioux Falls, con la figlia). 



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