Il silenzio di Michele

...una esperienza vera, una esperienza italiana, una esperienza mia, una splendida esperienza...

PREMESSA:

Io sono convinta che non esiste alcun handicap o disabilità isolata.

Tutte le menomazioni sono accompagnate da altre all'origine oppure subentrano nel corso del tempo.

Ho un bellissimo ricordo di tutte le mie esperienze. In particolare, ho il ricordo di un bambino, poi ragazzo: non vedente, autistico e con problemi comportamentali (per privacy chiamerò Michele). Non oso dire che lui avesse problemi cognitivi perché, secondo me, Michele capiva, comprendeva, anche se nel suo modo e aveva la sua intelligenza.

ANAMNESI

Ho conosciuto Michele durante il mio tirocinio alla scuola materna, quando lui non aveva neanche tre anni.

Per la sorte, mi capitò il tirocinio in una piccolissima scuola di un paese in montagna. Il paese era piuttosto distante dalla città in cui io abitavo. Fu difficile trovare la scuola perché si trovava fuori dal paese , in mezzo ad un folto bosco. Impiegai almeno 40 minuti per trovarla! Fortuna che ero abituata a partire da casa sempre in anticipo, soprattutto per andare in posti sconosciuti: infatti arrivai solo con dieci minuti di ritardo.

Suonai ma il campanello non suonava, probabilmente era guasto. Una maestra, l'unica della scuola, mi aprì e, prima di farmi entrare nell'aula, mi condusse subito in segreteria a leggere gli incartamenti che riguardavano il bambino.

Dalle documentazioni risultava che il bimbo era senza padre, aveva solo la mamma che, quando lui era a scuola, lavorava come domestica. Poi quando Michele tornava a casa, lei stava sempre a guardare il suo piccolo.

Il bambino aveva avuto una grossa disgrazia appena nato: era stato messo nell'incubatrice dell'Ospedale perché era nato prematuro con l'ittero. Al piccolo bimbo, esposto ai raggi ultravioletti, era caduta dagli occhi la benda di protezione, quando era nell'incubatrice, a causa di inadempienze da parte delle infermiere: non era stato sufficientemente controllato.

Il risultato fu la bruciatura della retina e, era scritto, probabili lesioni al cervello. (La mamma ancora oggi sta aspettando giustizia, dopo vari processi del Tribunale che difendono ovviamente la Struttura Ospedaliera...).

Poi, nella relazione di esperti era scritto che l'autismo di Michele, dal punto di vista psicologico, era stato causato dal rapporto di lui con la madre nel primo periodo di vita. Fin dalla nascita, infatti, la povera donna non riusciva a prenderlo in braccio. E, inizialmente, rifiutò di allattarlo. Poi fu lui che ricusò il seno o non riusciva a succhiare il latte per alcuni giorni.

Esortata, incoraggiata o costretta dalle infermiere dell'ospedale, la mamma un giorno riuscì a prenderlo in braccio, con ansia e quasi timore, agitatissima.

Ma non riuscì per qualche mese a guardarlo in quelli che dovevano essere gli occhi. Ed anche quando lei tornò a casa con il suo bambino, lo prendeva in braccio soltanto per dare a lui il biberon. Era difficile guardarlo in volto ed era difficile abbracciarlo; era difficile baciarlo, coccolarlo, ninnarlo, cullarlo e parlare ad un piccolo esserino che quasi non pareva umano.

Dopo aver letto tutto questo, rabbrividii.

ALLA SCUOLA MATERNA:

Era un minuscolo bambino, gracile, magrissimo, molto pallido e basso per la sua età che sfiorava ininterrottamente in orizzontale, con la sua manina, una parte del muro di una parete dell'aula. Capelli e occhi nerissimi mentre, dalle maniche del grembiulino si poteva vedere una piccola parte di braccia candide e magre.

Io, capii subito chi era Michele anche se lui era nell'aula insieme a 9 bambini.

Mi presentai ma senza successo.

(Ah! Dimenticavo! Non aveva gli occhi. Al posto di essi aveva due incavature e cicatrici ma, giuro, non spaventava, non so, almeno a me no). Appariva un piccolo bambino dolce e tenero.

Tentai di prendere la sua mano. Lui rifiutò la mia e continuò a fare ciò che faceva prima: succhiarsi il bavaglino con la bocca e sfiorare il muro con la sua piccola mano.

Trascorsi così il primo giorno con lui: non parlava, non voleva essere toccato, non emetteva nessun suono con la bocca, succhiava solo il bavaglino e sfiorava quel benedetto muro. Quando io lo guardai andare via con il pulmino, dissi a me stessa: “io devo fare qualcosa”.

E quella notte io non dormii.

Quel bambino esprimeva tenerezza. Quel bambino aveva bisogno di me.

E pensavo a tutte quelle cose teoriche che avevo imparato per essere insegnante specializzata per l'handicap. Nessuna di quelle cose era adatta per quel bambino. Poi arrivai alla conclusione che ogni bambino è diverso, ogni non vedente è diverso, ogni autistico e' diverso, ogni persona che ha problemi di comportamento è diversa dagli altri... (siamo tutti “diversi” quindi “diverso” non è solo la persona handicappata).

Il giorno dopo, anche se io dovetti lottare perché Michele rifiutava ogni contatto, presi la sua mano con tutta la forza che avevo e la misi sopra il mio braccio e urlai: “Luana!” Poi ripresi la sua mano e toccai il suo corpo urlando: “Michele!”. Dopo presi ancora la sua mano e feci toccare a lui i compagni gridando il loro nome alcune volte e ogni tanto io facevo a lui toccare se stesso e gridavo il suo nome. Questo esercizio forse, ripetuto per molti giorni, gli servì a distinguersi dagli altri, a percepire il suo nome ed a ricordarsi qualche nome degli altri bimbi. Già, forse, dico forse perché io non avevo modalità di valutazione, non ne trovavo alcuna. Michele non rispondeva né con la voce né con i gesti quando chiedevo chi era il bimbo che toccava. Forse non servì a un tubo.

Comunque, il giorno dopo, pensavo e ripensavo al fatto che tutti i giorni ogni bimbo appendeva nel bagno il suo asciugamano al gancio dove era un cartellino con scritto il proprio nome.

Il cartellino di Michele non esisteva, era bianco, senza il nome; già, lui non vedeva. Allora ebbi l'idea di fare altri 10 cartellini ma non con il nome, per tutti i bambini della sua classe con l'aiuto dei bimbi più grandi. Misi questi cartellini sopra ogni nome. Erano cartellini di materiale diverso di velluto, di carta abrasiva, cartoncino, materiale di vario genere e di vario spessore. Ogni bimbo aveva il suo. Michele aveva un cartellino di medio spessore di velluto ed io provai subito a farglielo toccare.

Michele ritrasse la mano diverse volte, poi la cedette a me.

Io presi quella manina piccola e passai il suo minuscolo indice sopra il suo cartellino, molte volte. Poi feci toccare tutti i cartellini che avevo incollato in riga con fatica all'inizio: Michele mugugnava, si lamentava, si opponeva, cercava di togliere la mia mano dalla sua.

Solo dopo qualche giorno lasciò che io gli guidassi la mano e poi pareva divertirsi. Quando arrivava al suo cartellino io urlavo “Michele”.

Questo su e giù nel percorso degli asciugamani per una decina di giorni. Feci identici cartellini sui ogni banco, su ogni sedia, su ogni appendi-bavaglino, insomma misi il suo cartellino su tutte le cose che poteva adoperare personalmente. La soddisfazione più grande, fu quando, una mattina, io, stupita vidi Michele che, camminando lentamente come sempre, con un braccio avanti per evitare ostacoli, sentì con il ditino i cartellini, individuò con il tatto il suo e appese al posto giusto il suo cappottino!!!! Piansi, davanti alle maestre, commossa.

Questo serviva al piccolo bambino ad essere più autonomo e più sicuro nei movimenti, a individuare le sue cose ed a percepire la diversità delle sensazioni tattili. E così accadde. E' vero che Michele trascorreva spesso il tempo alla scuola materna ad accarezzare il muro che a lui dava sicurezza. Ma è vero anche che Michele al segnale della campana mi porgeva la mano per andare in bagno e poi tentava di lavarsi, anzi, di sciacquarsi le mani e poi prendeva da solo il suo asciugamano. Poi Michele faceva la stessa cosa quando andava alla mensa: prendeva il bavaglino, il suo.

Non aveva quasi mai espressione nel volto, non rideva, non sorrideva ma sentivo che avevo conquistato la sua simpatia e la sua fiducia.

Impiegai più di un mese ad insegnargli la posizione delle stanze della scuola.

Michele si faceva accompagnare in cucina, nel bagno, nella stanza della mensa, nella stanza dei giochi. Con il tempo riuscì ad imparare e poi andava solo, sempre con la mano sul muro, in ogni stanza, quando io ne nominavo il nome e poi anche quando non gli dicevo niente, lui aveva imparato ad andarci da solo.

Ero felice. Finalmente avevo insegnato a Michele un po' di orientamento e riconosceva le sue cose segnate con il cartellino. E finalmente lui non stava sempre appiccicato a quel muro bianco.

Non fu facile, a primavera, portarlo fuori.

Urlava, piangeva. Ritornava dentro la scuola anche quando io lo avevo portato con la forza fuori.

Un giorno, cedette e si lasciò accompagnare per mano fuori.

C'erano fiori sul prato della scuola, farfalle e uccellini ma Michele non poteva vederli. Probabilmente sentiva almeno gli uccellini. Così gli dissi che era il suono degli uccelli e, allo stesso modo, ogni rumore che si udiva, gli dicevo cosa era.

Gli feci toccare, mentre lui sfiorava con la mano il muro, il perimetro della scuola ed io mi fermavo per fargli toccare la porta. L'unica porta che c'era, quella di entrata e di uscita.

La scuola era piccola ma graziosa in quel paesino di montagna. C'era solo un grande albero nel giardino che faceva tanta ombra.

Insieme a Michele, contando i suoi piccoli passetti, feci il percorso entrata scuola-albero almeno 100 volte. Ma quando era fuori, Michele non si sentiva sicuro, non si muoveva da solo. Rifiutava di fare il percorso. Rimaneva immobile, impietrito. Non volle mai allontanarsi fuori senza la mia mano. Rifiutava ogni mano, ogni persona eccetto me e la mia mano e... e il muro. Io, invece di essere felice e gratificata per la sua preferenza, ero delusa. Eppure avevo creato ogni attività, ogni gioco per farlo stare insieme agli altri.

Comunque ora Michele qualche volta osava non mettere la sua mano al muro, cioè osava distaccarsi da esso da solo, senza a guida della mia mano. A volte, rare volte, camminava solo, senza l'aiuto mio e del muro. Camminava

lentissimo e si spostava il luoghi vicini ma si allontanava finalmente dal muro e dalla mia mano!

Dopo 2 mesi io volli procedere con la conoscenza del corpo. Michele ormai aveva fiducia di me. Quando lo abbracciavo, dapprincipio respingeva me, poi cedeva, senza toccarmi. Dopo tante prove, io riuscii a sdraiarlo in terra. Lui rimase immobile. Allora il primo giorno “di lezione” gli toccai le parti della testa, in seguito delle braccia, delle mani, delle gambe, del busto... E io, mentre toccavo esse le nominavo con voce alta.

Dopo molti giorni, lui riuscì ad associare la parte del corpo al nome suo. Ad esempio se io gli dicevo “ginocchio” lui era in grado di toccarsi proprio il ginocchio... e così imparò le parti principali del corpo.

Poi io volli che imparasse a mangiare. E, in questa circostanza ci furono diverse discussioni con le maestre. La mamma invece, accettò anche se con poca speranza, le me intenzioni. Michele invece della minestrina, della pasta o delle polpette, ad esempio, era abituato sia dalla mamma che dalle maestre a bere latte o cibo macinato fine o polverizzato nel biberon! Fu un'impresa grande lo “svezzamento” di Michele. Ci provai io, con l'approvazione della madre e con il disappunto delle maestre e soprattutto della bidella (che doveva pulire e ripulire tutto...) Fu molto difficile far stare Michele seduto, anzi, fu impossibile. Dal latte comunque Michele passò in fretta ai frullati o omogeneizzati, alle minestrine ed ai pezzetti di carne. Non accettò i primi nuovi sapori con entusiasmo ma non sputò ma niente. Difficile fu imboccarlo con le posate, lui stava sempre in piedi e si dondolava molto spesso, si girava e si rigirava o andava, piano piano, tra i banchi.

Credo che la bidella mi odiasse. Il caos che faceva Michele in terra, nei banchi, nelle sedie, ovunque era veramente inimitabile.

Lo imboccavo ma avevo intenzione di smettere al più presto. Infatti gli feci fare a tanti esercizi affinché fosse in grado di portare la sua mano in bocca. Dopo qualche giorno aveva imparato, cioè , sapeva dove era la sua bocca.

Poi ci fu l'impresa più grande: fare mangiare lui con il piatto e posate. Dovetti aspettare che passasse il momento in cui Michele smettesse di essere nervoso tirando pugni senza prendere nessuno e niente. Questo accadeva perché io, porgendo a lui le posate, si rifiutava di mangiare da solo. Lo costringevo a stare a sedere ed a cercare lentamente, con la mano sinistra il piatto, mentre con la destra gli tenevo stretta la mano in modo che afferrasse il cucchiaio.

Il primo giorno andò a casa senza mangiare. Il secondo provò a mangiare mezzo cucchiaio da solo, mentre io stavo attenta che non rovesciasse il piatto. Dal terzo giorno, per non patire la fame, mangiò da solo. Michele ricevette urla di gioia e applausi di congratulazioni dai piccoli bimbi ma lui rimaneva senza espressione , non mostrando alcun entusiasmo. Dopo un mese circa, si percepiva un clima di gioia e di gioiosità quando si mangiava finalmente tutti insieme alla mensa ed eravamo contenti per i progressi che aveva fatto Michele. Non mancarono mai pezzi di cibo in terra, qualche bicchiere rotto, grembiule da cambiare ecc... ma perfino la bidella ora non si lamentava più. Michele adesso era in grado di mangiare e bere da solo! (anche per bere al bicchiere gli insegnai allo stesso modo).

Non provai neanche a indurre il bambino al controllo degli sfinteri. La mamma mi diceva che ci stava provando lei e quindi non volevo disorientarlo in un nuovo ambiente né prendere il posto di sua madre che aveva dimostrato un grande amore per il figlio in tante occasioni.

Comunque gli insegnai a lavarsi le mani con il sapone. Accidenti. A lui piaceva. Anzi, a lui piaceva troppo! Continuava a insaponarsi, a sciacquarsi, ad asciugarsi con l'asciugamano ripetutamente. Fui costretta ogni volta a portarlo via dal bagno, con la forza, mentre tentava di darmi calci o schiaffi.

Tentai di insegnargli a pettinarsi e, Michele, dopo tante urla vocaliche, ci riuscì.

Ma io volevo sentire una parola, anche una sillaba!

Fino a quel momento avevo soltanto sentito mugugni, lamenti a bassissimo volume lagne, mormorii. Michele non diceva una parola, non si distingueva nei suoi lamenti neanche una sillaba. Ora che stava volentieri in braccio a me gli cantai ogni mattina la canzoncina dei “Tre porcellini” e a lui piaceva, riusciva quasi a ridere. E la cantai senza saltare un giorno, mentre con la sua manina li facevo toccare la mia gola e poi la mia bocca per fargli sentire le mie corde vocali vibrare quando cantavo e l'aria che usciva dalla mia. Passarono due settimane ma Michele non aveva mai emesso un suono per cercare di cantare la canzoncina. Un giorno però mi venne un'idea, interruppi la canzone prima della frase “ah... ah... ah! Siam tre piccoli porcellin”. Michele mi stringeva le braccia per farmi male. Voleva che io continuassi la frase. Era arrabbiato. Riprovai tantissime volte ad interrompere la canzone ma lui si adirava. Poi , il giorno dopo la cantai ancora una volta e Michele, all'interruzione bisbigliò il verso dei porcellini “ah ah ah” e forse anche qualche parola tentò di dire. Ero felice, lui aveva imparato probabilmente almeno un pezzettino della canzone ed aveva tentato di parlare!!!

Era l'ultimo mese del mio tirocinio. Michele con il linguaggio non fece altri progressi però io lo vedevo camminare ogni giorno più sicuro e poi fui felice perché aveva intorno sia una brava maestra (quella di classe), una paziente e affettuosa bidella e tutti i bambini che gli volevano a tanto bene, giocavano e soprattutto cantavano con lui.

Piansi mentre andavo via.

Ma le insegnanti devono avere il cuore duro.




ANAMNESI (anni dopo)

Avevo anche la specializzazione come insegnante per bambini disabili anche alla scuola elementare. Io decisi di insegnare lì, dopo che per due anni avevo insegnato alla scuola materna. Così decisi, non so, per cambiare.

Poi, quando passarono forse cinque, sei o sette anni anni, non ricordo più..., mi capitò di insegnare in una scuola finalmente che non era lontana dalla mia città, in un paese, questa volta più grande, di campagna. Appena io seppi quale bambino mi era capitato ero sorpresa, spaventata e contenta nello stesso tempo.

In segreteria io ebbi la possibilità di sapere dalle insegnanti alcune notizie:

- aveva 19 anni ma era sempre alla scuola elementare “perché non ha acquisito le capacità fondamentali... poi alla scuola media ci sono le barriere architettoniche (?)....bla bla bla... (insomma... chiaramente... non era stato accettato!!!)

- aveva cambiato paese, casa e scuola.

- era impossibile farlo stare in aula perché era irrequieto, era sempre a camminare; Michele inciampava tra i banchi e le sedie dei compagni.

Disturbava le varie lezioni e le varie insegnanti...

- quindi, dal primo mese di scuola elementare era stato inserito in una aula piccola, tutta per lui...

- quando l'insegnante di sostegno usciva, lo chiudeva a chiave per timore che uscisse da lì e si facesse male...

- mangiava il panino spezzettato a colazione solo se l'insegnante metteva a lui in bocca i pezzi...

-beveva solo dopo che l'insegnante avvicinava alla sua bocca la cannuccia del succo di frutta (sempre alla pesca)...

- stava sempre in quella stanza e lì, lui era rimasto in tredici anni di scuola elementare!

- a volte si sdraiava in un materassino che dalla palestra gli avevano portato nella sua stanza per “farlo stare buono”.

- a volte era stato visto mettere oggetti in equilibrio (?)

- l'insegnante precedente ora era parzialmente calva perché lui, con uno dei suoi frequenti comportamenti violenti, le aveva strappato i capelli fino alla radice.

- un'altra volta aveva graffiato lei sul collo e sul viso. Lei aveva ancora i segni cicatrizzati...

- avevano timore a portarlo fuori dell'edifico scolastico ed alle “uscite scolastiche” o le gite. Mai aveva partecipato ad alcuna. Era rimasto nella “sua” stanza.

- non aveva mai toccato un compagno ma mai gli aveva fatto alcun male.

E poi dalle documentazioni personali del ragazzo avevo saputo che il suo autismo pareva essere aumentato notevolmente. Rare volte Michele si faceva abbracciare dalla madre e comunque per pochi secondi.

Per favorire la madre che era occupata con il lavoro, il Comune pagava un operatore sociale che stava con lui anche nelle ore del pomeriggio mentre i compagni di classe, uscivano all'una.

Io rimasi un po' male ma non detti mai la colpa del regresso o della stasi dello sviluppo di Michele a nessuno. E' difficile conoscere le motivazioni vere, soprattutto in questi casi.

Quello di lui era un caso difficilissimo ed alla scuola materna forse era più facile gestire un bambino con problemi. Da piccolo, forse era più facile ottenere certi risultati, non so...

ALLA SCUOLA ELEMENTARE - V°ANNO

Io entrai nella stanza, accompagnata dalla bidella che chiuse immediatamente la porta dietro di me, facendomi sobbalzare.

La stanza pareva vuota. Ma Michele dov'era? Poi, dopo aver guardato dappertutto, vidi Michele che si dondolava sdraiato sopra il materassino di velluto, blu, molto sporco di saliva.

Dissi il suo nome ma lui s comportò come se non mi avesse visto. Poi, dopo un'ora si alzò. Mi spaventai.

Era diventato altissimo e, anche bello, magro ma non troppo.

Era veramente un bel ragazzo!

Io gli toccai la spalla e gli dissi chi ero. Lui si scostò. Arrivò il momento della colazione e io gli spezzai il pane come a me era stato detto e poi gli infilai la cannuccia nell'apposito foro del recipiente del succo ci frutta e così lo feci mangiare e bere. Si alzò ma non fece altro che toccare e ritoccare tutti gli oggetti nella stanza, velocemente, quasi come se lui avesse paura che io glieli portassi via. Pareva che li contasse, ripetutamente.

Non avevo fatto quasi niente tutta la mattina. Io avevo cercato solo di capire Michele.

All'una esatta, al suono della campanella di uscita, entrò, bussando, l'operatore sociale del Comune, un ragazzo alto, alto come Michele. Ci presentammo. Fui sorpresa e quasi gelosa che Michele si fece abbracciare e poi lui diceva al ragazzo parole sillabe piano, incomprensibili (ma le maestre lo sapevano???) Io dissi a quel ragazzo:”Tu gli piaci, sei un amico”. E il ragazzo mi rispose: “ E quali altri amici ha?” Me ne andai senza guardarli e senza salutare, triste.

Il giorno dopo ritrovai Michele sul materassino. Io provai a sollevarlo prendendo le sue braccia, le sue gambe, tirando il busto. Lui, con tutta la sua forza si irrigidiva e rimaneva immobile. A quel punto mi innervosii e parecchio.

Suonò la campanella della colazione. Michele rimase in piedi, lo invitai a sedersi, tirando a lui il suo braccio e, solo dopo almeno 20 volte lui si sedette mentre si dondolava. Ma questa volta gli feci soltanto odorare il panino semi-incartato e gli feci sentire il succo con la sua mano (la cannuccia l'avevo infilata nel recipiente di cartone). E lui mugugnava perché non aveva i suoi pezzetti di panino già pronti vicino alla sua bocca.

Con il passare del tempo divenne sempre più nervoso. Si alzò lentamente, batteva i pugni sul tavolo, girava per la stanza gettando tutto in terra. Fece un vero caos. Quella mattina non fece colazione. La mattina dopo e la mattina ancora dopo accadde la stessa cosa (per fortuna le maestre e la madre credettero in una inconsueta inappetenza di Michele).

La mattina successiva, invece, dopo un'ora che lui aveva il panino vicino il suo naso che profumava molto di mortadella (mi faceva venire l'acquolina in bocca anche a me!), lo prese prima con una mano, poi con le due mani e provò a dare un morso al panino. Tirava, tirava il panino e finalmente ne prese un pezzo con la bocca e riuscì a mangiare, a masticare poco, male. Penso che i primi “morsi” li inghiottì.

Poi voleva bere, si dondolava, si lamentava. Misi davanti a lui il succo e lo prese. Dopo una settimana, lui mangiava e beveva da solo.

Una giorno di pioggia che provoca calma, sonno, noia, io guardavo dalla finestra, stanca di quel solito silenzio.

Michele era seduto a dondolarsi. Ad un certo punto io sentii lievi rumori. Era Michele che, sopra il tavolo aveva preso una forma geometrica di plastica e la girava continuamente, verso destra e verso sinistra e poi... non so come fece ma la mise in... equilibrio. Ovvero la forma stava ritta su una piccola parte della sua base. Ero stupita e spaventata. Continuò a mettere altri oggetti equilibrio, con pazienza li toccava prima lentamente, per alcuni minuti. Oddio che spettacolo!!!! E per finire riuscì a mettere ben tre sedie in equilibrio soltanto su una delle loro gambe!!!

Incredibile!!!

All'uscita io lo dissi alle colleghe ma pareva non mi ascoltassero. Una addirittura mi disse: “Lui sa fare solo quello, così qualcuno ha detto, ma gli riesce alla perfezione aggredire la gente!” Pensai alla frase: “Sa fare solo quello” -Solo? Ma non è cosa che sanno fare tutti, anzi, io penso nessuno è capace di mettere in equilibrio oggetti grandi e piccoli a quel modo. E poi a me non mi ha mai aggredito, anzi, una volta mi ha quasi accarezzato dopo che era riuscito a mangiare la sua colazione da solo... - su questo stavo riflettendo.

Una mattina provai a farlo uscire dalla sua stanza e, come quando era piccolo, a fargli toccare tutte le pareti. La bidella guardava allibita e spaventata. Mai Michele era uscito dalla stanza tranne quando andava a casa; al bagno della scuola poi non era mai stato, rifiutava di andarci, non so perché (pudore?) fortuna che beveva pochissimo!

Dopo averlo guidato con il braccio (stranamente senza ricevere alcuna opposizione), mi fermai a fargli toccare la porta della sua aula, cioè di quella dei suoi compagni. In poco tempo riusciva ad andare lì dai suoi compagni sorpresi, sorridenti e affatto spaventati e girava tra i banchi, irrequieto ma poi la maestra, dopo qualche minuto, diceva (giustamente?) che disturbava la lezione, e quindi Michele, da solo, ritornava nel suo “nido”. Nella sua classe, noi andavamo raramente e per pochissimi minuti. Incominciò però ad accarezzare il volto dei compagni, ritraendo velocemente la mano come se avesse paura. I suoi compagni allora si avvicinavano, lo chiamavano, lo accarezzavano. Lui pareva compiaciuto, rimaneva tranquillo e prendeva quasi sempre volentieri le carezze, a volte però, le schivava.

Una mattina, per la prima volta, io arrivai in quell'aula prima di lui (era sempre puntualissimo) e, facendomi aiutare dalla bidella, portai in palestra il suo amato materassino. Michele quando tornò reagì male, reagì molto male, gettò tutti tutti gli oggetti grandi e piccoli della stanza per terra e faceva dei piccoli urli perché non trovava il suo materasso. E allora urlavo anche io ma forte, forte che doveva smettere di stare sul materassino, che io lo avevo nascosto... Mi si avvicinò, mi prese il braccio, iniziò a stringere lentamente con le sue dita e unghie lunghe ma poi, con una specie di sorriso, mi lasciò.

Non ho mai capito il motivo di questo, cioè il perché non aveva messo in pratica le sue intenzioni iniziali. Forse si era pentito di ciò che stava per fare oppure aveva sorriso perché lui aveva percepito la mia paura? Boh!

Comunque proseguii insistendo sulla capacità cognitiva. Facevo dei giochi con lui. Gli facevo toccare delle forme di plastica e poi volevo che ricercasse ogni forma in un gruppo di forme differenti. Su 10 volte lui rispondeva 7 volte in maniera esatta. Giochi simili feci con lui per la quantità. Io, ad esempio gli facevo toccare due, tre, quattro forme e poi lui doveva prendere in un gruppo di diverse forme lo stesso numero. Qua su 10 volte, rispondeva bene soltanto 5-6 volte.

Poi iniziai a farlo andare fuori l'edificio durante tutto l'ultimo mese scolastico ma fu impossibile fargli staccare la mano dal muro della scuola.

Comunque girava tutta tutta scuola, toccava cioè tutto il perimetro, imparò a memoria piccoli ostacoli che erano per terra (radici di alberi, piccoli cespugli, sassi) e li evitava o li saltava.

Gli ultimi giorni della scuola era in programma la gita scolastica. Io mi ero resa conto che Michele non era segnato nella lista degli alunni che sarebbero andati. Le maestre di classe mi dissero che era pericolosissimo e che nessuna si prendeva la responsabilità. Io allora parlai con la madre e lei era felicissima che io che io consideravo suo figlio un ragazzo come gli altri ma era un po' insicura del comportamento del figlio: gli unici luoghi e posti che Michele conosceva erano le scuole e la sua casa!

Parlai con tutti i dottori che seguivano Michele, con le assistenti sociali e vinsi! Erano tutti d'accordo con me. Non aveva potuto negare a noi quella possibilità neanche il Direttore ma accettò solo a una condizione: io dovevo accettare la compagnia dell'operatore sociale in gita visto che le maestre mi avevano negato ogni eventuale aiuto. Ed io non chiedevo di meglio! A Michele piaceva Luigi.

Noi maestre, la mamma e Luigi impiegammo mezz'ora per far salire Michele sull'autobus. Poi si dondolava nel sedile con Luigi accanto. Era irrequieto nervoso, non sapeva cosa gli stava capitando. Forse non era mai stato in autobus.

Si arrivò a Roma.

Durante la prima sosta per la colazione, Michele entrò con i compagni in un bar e prese un gelato (senza che nessuno lo tenesse per mano!?! A volte mi pareva che fingesse di non avere certe capacità e a volte pareva che... che vedesse!)

Tentai in tutti i modi di togliergli il gelato preso spontaneamente dal frigo ma Michele lo teneva stretto, si opponeva, si voltava, non me lo dava. Lui si toccava la sua tasca, poi mi metteva la mia mano sopra la tasca e io la toglievo, pensavo che lui volesse che io lo toccassi. Pagai il gelato, scusandomi con il barista e telefonai a sua madre dicendo che Michele stava mangiando un gelato ma sua madre mi disse che lei gli aveva dato soldi per comprarlo e che dovevo prenderli, che erano nella tasca! Accidenti, non avevo capito un cavolo!

Si arrivò in ad un parco grandissimo dove c'erano i risciò, Michele non scese dal risciò per 5 ore, si divertiva con Luigi e rideva, sì sì, Michele rideva e urlava, sì, sì, urlava di gioia. Attraversarono quel percorso per tutto quel tempo, sempre quello, naturalmente, Michele manteneva i suoi principi di resistenza ad ogni cambiamento. Sempre lo stesso giro. E Michele sorrideva quando il risciò non camminava, quando le ruote si impuntavano, si bloccavano per qualche sasso o radice degli alberi.

Li guardai felice mentre giravano, poi andai al bagno del bar e piansi, piansi, piansi. Sapevo che quello era l'ultimo giorno di scuola e che probabilmente non avrei mai più rivisto Michele.

Luana Mataloni
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