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Santuario di San Giuseppe

Chiesa di San Giuseppe - Via Santa Teresa 22

Religiosi Camilliani

 Orario SS. Messe

Da lunedì a venerdì        S. Messa ore 18,30

 Sabato e prefestivi           S. Messa ore 18,45

                                                                         Domenica e festivi         S. Messa ore    9,30 -  10,30 - 11,30 - 18,45

LA STORIA

(tratto da “Le Chiese di Torino”, Luciano Tamburini, Ed. Le Bouquiniste – Torino)

 

«Volle Madama Reale — narra il Compendio Istorico di S. Martiniano — che dalla Casa del Mondavì ove vi era un Convento de PP. Ministri delli Infermi volgarmente detti della buona Morte si mandassero tre Religiosi per esercitare in questa Città il luoro Instituto quale è di assistere a Moribondi et indirizzarli al ben morire». Il loro arrivo avvenne il 20-8-1678 e per ordine della reggente furono alloggiati «nelle stanze dell’Ospedale della Carità attigue alla Chiesa con l’Uficiatura di essa»; tuttavia, appena possibile, essi cercarono un altra sede, «e come che le Madri del SS.mo Crocifisso avevano acomprato una Isola nel nuovo ingrandimento verso il Po misero li Ochij sovra il Monastero delle medesime come Luogo congruo per essere nel cuore della Città e capace per la Luoro abitatione essendovi una bella Chiesa commoda e capace per le luoro Ufficiature che corrisponde alla grande strada della Cittadella». Entrati nel convento il 3-6-1681 i padri fecero riattare chiesa e casa, affittando una parte di quest’ultima per avere qualche reddito, «e come che in puoco tempo vi fu gran concorso di persone massime alle prediche... restando essa [Chiesa] angusta si determinarono demolire la muraglia quale divideva il Coro dalla chies,> et alongare essa per un Trabucco nella Corte e formare due Capelle grandi lateralmente il che in breve fu fatto [e fu] anche fatta una piccola ma bella Cupola per illuminare l’altare Maggiore e Capelle qual Cupola fu fatta con l’elemosina… del fu Sig. Conte Amoretti». La trasformazione è attribuita a Carlo Emanuele Lanfranchi ma le soppressioni ottocentesche han disperso i documenti che avrebbero potuto provarne la paternità. L’altar maggiore fu eretto tra il 1693-96 da G. B. Trucchi di Levaldigi mentre quello di S. Camillo fu costruito per volontà testamentaria di Paolo Vittorio Buschetti e ultimato nel 1743.

Il Craveri elenca nella sua guida (p. 82) «cinque altari, tutti di marmo, con tavole di mediocre pittura» che dal Bartoli (p. 29) e dal Derossi (p. 45) son precisate in una Madonna in gloria tra i SS. Antonio da Padova e Francesco d’Assisi di Carlo Francesco Nuvolone ( altare destro); S. Camillo con la Vergine del Milocco (secondo destro); il Transito di S. Giuseppe del Taricco all’altar maggiore con un S. Carlo del medesimo (primo a sinistra) e la Natività di Maria Vergine a fresco del Pozzi (secondo sinistro). Del messinese Gaspare Serenari (allievo di Sebastiano Conca) i «due ovati grandi a metà della chiesa» con fatti della vita del fondatore. La facciata era affrescata a finte architetture da Giovanni Battista Alberoni.

La chiesa, a croce latina, appare sfogata dalla costruzione delle due cappelle maggiori e dall’inserzione della cupola con lanternino cilindrico, cui si salda la navata a due campate, cioè l’antica chiesa monacale. Il presbiterio è poco sviluppato ma l’altar maggiore vi campeggia con la mensa dorata elevata su quattro gradini e aperta anteriormente per l’ostensione delle reliquie. Testine candide di cherubini su fondo nero attorniano il tabernacolo mentre la «mostra» marmorea a quattro colonne, in parte tortili, si dilata a comprendere, oltre l’ancona del Taricco, un ovale coll’Eterno arricchendosi di putti e spezzature. Ai lati, due coretti dorati a graticella con due statue innanzi (Cristo portacroce e allegoria femminile) che il Mallé definisce «formalmente più ricercate, vitalmente meno spontanee» e di «forte impronta berniniana, sia pur sminuita da artifici», la cui «grazia e moto assottigliantisi accennano gusti settecenteschi». L’altare sinistro non esorbita dagli schemi usuali: il dipinto del Taricco è oggi sostituito da un Crocifisso in legno colorato fra Maria e Giovanni . Quello destro - più mosso nelle colonne poste di spigolo -conserva invece ancora l’ancona del Milocco (con gloria d’angeli in un ovale sovrastante): la mensa è racchiusa fra volute e coretti dorati son disposti ai fianchi.

La cupola emisferica è divisa da fascioni in otto campi affrescati e s’eleva su un basso tamburo cilindrico illuminato da otto finestre ad arco: nei pennacchi son raffigurati quattro profeti in rilievo. Le cappelle minori — poco più d’incassature nei muri —sono anch’esse prive dei dipinti originali, sostituiti in tempi recenti da un Cuore di Gesù e una Madonna col bambino in raggere dorate: anche le pareti sono ridipinte. Gli altari son squisiti e minuscoli, specie il sinistro dalle «godronature» gialle su marmi neri. Tra le cappelle maggiori e le minori sono inseriti due bassi archi sovrastati dalle tele ovali del Serenari: mentre il sinistro è occupato da un confessionale il destro è stato ridotto a cappelletta con statua (moderna) dell’Immacolata e affreschi pure moderni.

Sull’ingresso è la cantoria riccamente scolpita e dorata, con la croce (emblema dell’Ordine) fra putti e nuvole: l’organo è a trittico, con le parti laterali rialzate e sovrastate da puttini rocaille. Dorature son profuse ovunque animando l’interno d’un brioso sfavillio e facendone scordare le esigue dimensioni. Anche la sacrestia — dalla volta a botte con rosoncini in stucco bianchi e azzurri e testine d’angeli in ghirlande — è un complesso unitario, dall’altare ligneo riproducente le forme delle cappelline minori, agli armadi monumentali conclusi da volute. Sulla parete libera vi è un grande ovale con S. Camillo in gloria, anch’esso forse del Serenari.

Circa a metà secolo fu ventilata l’idea di ricostruire l’edificio e a tale scopo fu dato incarico al Vittone d’approntare il progetto, pubblicato in seguito nelle «Istruzioni diverse». Solo il convento fu ricostruito nel 1780 dall’arch. Ignazio Antonio Giulio, diciott’anni prima che la soppressione dell’Ordine ne allontanasse gli occupanti. In loro vece fu chiamata la «Pia Società di S. Luigi Gonzaga », amministratrice dell’ospedale omonimo che nel 1837 la restituì ai proprietari: esistono di tale periodo una pianta dell’ing. Ignazio Formica (15-8-1808) e un’altra dell’arch. Giuseppe Maria Ansermetti (20-6-1817). Nel 1854 vennero cancellati gli affreschi della facciata e nel luglio 1893, sotto la direzione dell’ing. Pucci-Baudana e a cura d’un apposito comitato, iniziarono notevoli restauri con l’aggiunta d’affreschi di Carlo Thermignon e rilievi di Luigi Belli, allievo di Odoardo Tabacchi. La facciata fu sistemata invece solo nel 1909 dall’arch. G. Ferrari d’Orsara. La parte superiore, conclusa da un frontone triangolare, è ornata da una finestra ovale compresa fra putti e ghirlande e lesene accoppiate ai lati, dai capitelli fregiati del simbolo dell’Ordine: quella inferiore — divisa da una fascia —è più spoglia e contiene un semplice portale fra riquadri ciechi.


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