La riforma, superando finalmente il bicameralismo perfetto, elimina la fonte di continui e gravi ritardi?

pubblicato 1 gen 2017, 09:55 da Cittadinanza Attiva Imola
I reiterati passaggi tra le due camere sono in genere sintomo di difficoltà politiche nella maggioranza, che – se ci fossero – si manifesterebbero anche con una sola camera decidente. Nei fatti le statistiche parlamentari – disponibili online sul sito del senato – ci dicono che nella legislatura 2008-2013 le leggi di iniziativa del governo, che assorbono in massima parte la produzione legislativa, sono arrivate alla approvazione definitiva mediamente in 116 giorni. Addirittura, per le leggi di conversione dei decreti legge sono bastati 38 giorni, che scendono a 26 per la conversione dei decreti collegati alla manovra finanziaria.

Il bicameralismo differenziato semplifica solo teoricamente i processi decisionali, in realtà si moltiplicano i procedimenti legislativi che sono stati diversificati con scarsa chiarezza in rapporto all’oggetto della legislazione (non a caso negli art. 70 e 72 vigenti il procedimento legislativo è disciplinato con 198 parole, che diventano 870 nella nuova versione). Ne vengono incertezze e potenziali conflitti procedurali tra le due camere, che potrebbero dover coinvolgere la Corte costituzionale per risolverli.

Infine la riforma sottodimensiona irrazionalmente il numero dei senatori (100) rispetto al numero dei deputati (630) e rende praticamente irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune (ad esempio nell’elezione del Presidente della Repubblica).
Insomma gli obiettivi di semplificazione e riduzione costi sono stati perseguiti in modo inefficiente e spesso di dubbia legittimità.
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