10 - Sanità: non sempre “grande è bello”

pubblicato 2 dic 2017, 13:20 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 18 dic 2017, 11:53 ]

Come ampiamente trattato dai giornali, il sindaco Manca ci ha assicurato che la fusione tra Azienda USL di Imola e altre Aziende di Bologna “non è nei patti” e che chi la paventa confonde la fusione con l’integrazione della programmazione sanitaria e delle reti cliniche.

Effettivamente è difficile interpretare le parole, la gran parte delle persone non è abituata al linguaggio burocratico e purtroppo nessuno si preoccupa di spiegare certe affermazioni. Ad esempio la seguente, contenuta nel Documento di Economia e Finanza Regionale per il 2018 deliberato nel settembre scorso, dove si prevede: “un aumento delle dimensioni ottimali delle Aziende Sanitarie e, di conseguenza, una diminuzione del loro numero (...). [E’ obiettivo strategico] adeguare pertanto i confini e le dimensioni delle Aziende Sanitarie Usl e delle loro articolazioni distrettuali, facendo definitivamente coincidere queste ultime con le Unioni dei Comuni”. L’obiettivo è da completarsi entro la legislatura (2019) ma almeno per l’area metropolitana di Bologna non è previsto per il 2018.

Poiché il Nuovo Circondario Imolese è appunto un’Unione dei Comuni, non dovremmo dedurne che la nostra Azienda sanitaria diventerà solo uno dei distretti della mega-Azienda sanitaria metropolitana di Bologna? E che questo avverrà prudentemente dopo le elezioni amministrative del 2018, ossia nel 2019?

Sperando che la politica voglia confermare nei fatti quello che il sindaco ha dichiarato, abbiamo voluto porci una domanda molto semplice: gli accorpamenti ottengono effettivamente i vantaggi prospettati?

Una recente revisione della letteratura scientifica internazionale, condotta da studiosi italiani, documenta che non esiste un automatismo tra aumento delle dimensioni dei bacini di utenza delle Aziende sanitarie e miglioramento dei risultati clinici e dei conti economici.

A titolo di esempio, se il gigantismo organizzativo da un lato facilita le economie di scala, dall’altro aumenta le funzioni dirigenziali intermedie (e i relativi costi) a causa della maggior distanza tra vertice e operatori. I risultati economici vanno valutati nel loro complesso e i dati confermano quello che già nel 2013 aveva sottolineato la FIASO (Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere), ossia che l’idea che le aziende più grandi possano assicurare un maggior controllo finanziario del sistema non è supportata da alcuna evidenza fino ad oggi nota.

I risultati clinici ci hanno particolarmente colpito: ad esempio, in un ampio studio inglese su 102 accorpamenti gli indicatori relativi alla mortalità per infarto non mostrano alcun miglioramento mentre, al contrario, “aumentano la mortalità a 30 giorni per ictus, il tasso di riammissioni a 28 giorni per ictus e le riammissioni a 90 giorni per infarto miocardico”. Non va meglio per le liste di attesa: dopo l’accorpamento aumenta sia il tempo di attesa medio che la percentuale di pazienti in liste di attesa superiori a 180 giorni. Diminuiscono inoltre i posti letto e, ovviamente, può aumentare la distanza che i pazienti devono percorrere per raggiungere l’ospedale. In poche parole, secondo l’articolo, si riduce il benessere dei cittadini.

La conclusione dei ricercatori italiani è che cambiamenti organizzativi così complessi come gli accorpamenti delle Aziende sanitarie devono essere oggetto di una valutazione approfondita e che i decisori politici sono tenuti a rendere conto della tutela della salute dei cittadini al pari dei professionisti sanitari. Come cittadini siamo più che d’accordo, a patto che le verifiche siano fatte da organismi indipendenti perché se il valutatore va a braccetto con il valutato non si può stare molto tranquilli.


(Pubblicato su Leggi la Notizia, Tutto Imola - 1/12/2017; Resto del Carlino - 2/12/2017
                      Nuovo Diario, Sabato Sera - 30/11/2017 ; Corriere di Romagna 4/12/2017)