Referendum costituzionale 2016 (9 articoli)


009 - Referendum costituzionale: una vittoria per tutti

pubblicato 6 dic 2016, 08:29 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:09 ]

Abbiamo messo tanta energia per difendere le fondamenta della nostra Democrazia e abbiamo vinto!

Non vogliamo unirci ora ad una analisi del voto affrettata ed emotiva ma crediamo che la vittoria appartenga alle cittadine e ai cittadini che si sentono ancora tutelati dalla nostra Costituzione, nonostante sia tuttora disattesa e svilita dagli interventi legislativi degli ultimi anni.

Adesso bisogna ricucire le lacerazioni prodotte da questo referendum, sventurato nelle modalità e nei contenuti come abbiamo più volte denunciato e come è stato autorevolmente evidenziato nei convegni da noi promossi in campagna referendaria.

Noi di Cittadinanza Attiva Imola vogliamo mantenere al centro del dibattito il funzionamento del sistema democratico al fine di incrementarlo e non di impoverirlo, come sarebbe invece accaduto se il Paese non avesse reagito.

Continueremo ad essere uno spazio aperto di partecipazione per tutti coloro che intendono impegnarsi allo scopo di migliorare la qualità della nostra politica, troppo spesso abbandonata ai difetti dei suoi rappresentanti.


(Tutto Imola e Leggi la Notizia 5/12/2016 ; Corriere di Romagna e Resto del Carlino 6/12/2016)

008 - Solo il NO alla riforma impedirà passi indietro nella tutela della salute

pubblicato 27 nov 2016, 09:29 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:09 ]

Nel 2001 la medesima parte politica che oggi promuove la riforma approvò la modifica del Titolo V della Costituzione a favore del decentramento e della cooperazione Stato-Regioni anche nella tutela della salute, con la stessa spiegazione per cui oggi sostiene l’esatto contrario: far funzionare meglio il sistema. La vicinanza con chi deve decidere e amministrare, si affermava allora, favorisce la capacità dei cittadini di controllare la qualità dei servizi e la loro rispondenza alle specificità e ai bisogni dei territori. Oggi, all’opposto, si sostiene che il buon funzionamento del sistema si otterrebbe ritornando a un’impostazione verticistica, in buona sostanza rimettendolo nelle mani dei ministeri e delle burocrazie statali.

Ad oggi Stato e Regioni collaborano alla legislazione sulla tutela della salute, con lo Stato che determina i principi fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni da garantirsi a tutti i cittadini e le Regioni che ne regolamentano l’attuazione locale nel rispetto dei principi stabiliti a livello nazionale. E’ quella che tecnicamente si chiama legislazione “concorrente”, che sarà del tutto abolita se passerà la modifica costituzionale: gli spazi di autonomia e di flessibilità delle Regioni nella tutela della salute saranno drasticamente ridotti e lo Stato potrà esautorarle su pressoché ogni decisione. Nel nuovo testo costituzionale, infatti, lo Stato si riserva la “clausola di supremazia” in base alla quale potrà scavalcare le residue competenze regionali  “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Nella pratica potrà, ad esempio, imporre lo stesso modello di sanità a tutte le Regioni, non importa se virtuose o in disavanzo, decidere sull’apertura e chiusura degli ospedali o intervenire nell’organizzazione dei servizi di assistenza territoriale.

La principale giustificazione di chi propone la riforma è che il decentramento ha comportato una disomogeneità tra Regione e Regione. Alcune Regioni hanno, infatti, garantito a loro spese le prestazioni innovative non incluse dallo Stato nei livelli essenziali di assistenza, hanno ridotto la spesa farmaceutica promuovendo i medicinali generici, hanno moderato i costi centralizzando gli acquisti; altre sono state meno capaci di razionalizzare la gestione delle risorse e qualificare i servizi aumentando il divario con le realtà più virtuose. 

Ma le maggiori responsabilità di questa disomogeneità sono imputabili proprio allo Stato e la Costituzione in vigore non c’entra nulla. Come evidenziato dalla prof.ssa Dirindin, senatrice del PD schierata per il no e grande esperta di sanità (insegna Economia sanitaria all’Università di Torino) lo Stato, anzitutto, “non è riuscito ad aggiornare i livelli essenziali di assistenza” da assicurarsi a tutti i cittadini, ancora fermi al 2001 nonostante si trattasse di una sua competenza esclusiva (è solo ora, dopo ben 15 anni, che siamo prossimi, si spera, ad un loro aggiornamento). In secondo luogo “non ha saputo dotarsi di un sistema di monitoraggio e controllo del rispetto dei diritti dei cittadini utile a segnalare con tempestività le carenze più gravi sui territori”. In terzo luogo “non è riuscito a dare attuazione all’articolo 120 della Costituzione vigente, il quale prevede che il Governo possa esercitare poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni qualora lo richieda la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali”.

E’ una facile profezia pronosticare che l’accentramento del potere previsto dalla riforma costituzionale, unito all’enfasi che tutti conosciamo sul contenimento della spesa sanitaria, tenderà ad allineare le regioni virtuose a quelle carenti e non viceversa, livellando verso il basso i servizi al cittadino.

Che il motivo dell’eliminazione delle disparità inter-regionali sia uno specchietto per le allodole per depotenziare il bene comune rappresentato da un’assistenza sanitaria universalistica e solidale è testimoniato anche dal fatto che la revisione costituzionale oggi proposta revocherà l’autonomia in campo sanitario delle sole Regioni ordinarie (come la nostra), mentre rimarranno immutati le prerogative e i privilegi delle  Regioni a statuto speciale, allargando ancor di più il divario che separa le une dalle altre.

Questo cambiamento costituzionale vuole il ritorno al a un vetero-centralismo: è un regresso, non un progresso e solo un NO può aiutarci a difendere il bene comune della tutela della salute da chi persegue il pur necessario contenimento dei costi attraverso tagli indiscriminati anzichè una gestione razionale delle risorse.


(Corriere di Romagna  26/11/2016 ; Leggi la Notizia 1/12/2016)

007 - Le curiose contraddizioni della riforma costituzionale

pubblicato 19 nov 2016, 10:49 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

In precedenti lettere abbiamo affrontato, nel merito, i singoli temi della riforma sulla falsariga del quesito referendario. Oggi presentiamo qualche esempio su un aspetto già fatto notare da autorevoli costituzionalisti: il risultato della riforma è non solo giuridicamente pericoloso ma anche confuso e disomogeneo. In effetti, nel nostro esame del testo ci siamo imbattuti in contraddizioni che è interessante evidenziare.

Si comincia con le leggi di iniziativa popolare: nella riforma è scritto che ″discussione e deliberazione  su di esse sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari‶ (ancora da definire e da approvare), ma contemporaneamente il numero di firme necessarie viene triplicato, da 50 mila a 150 mila. In sostanza una promessa positiva affiancata a una certezza negativa: non esattamente l’ideale per le speranze di maggior democrazia diretta da parte dei cittadini.

Proseguiamo ricordando che il governo respinge categoricamente l’accusa di voler concentrare di fatto nelle mani del premier anche il potere legislativo: sarà così? In realtà gli stessi autori della riforma si sono accorti che nasceva la necessità di tutelare le future opposizioni parlamentari. Ecco che viene inserita una frase nell’art. 64: “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni”. Dunque qualcosa di sostanziale nella suddivisione dei poteri è accaduto, e in assenza di correttivi la funzione dell’opposizione non potrebbe essere esercitata. Peccato che la ipotetica soluzione sia anche qui affidata a futuri e indefiniti “regolamenti”, per giunta inevitabilmente condizionati dalla volontà della maggioranza di governo, che è come dire: il lupo decide i diritti della pecora!

Ora chiediamoci quale numero di voti sarebbe necessario in Parlamento per approvare alcune particolari decisioni, già immaginando che talvolta occorra qualcosa di più della semplice maggioranza. Infatti, a riforma approvata, sarebbero necessarie maggioranze comprese tra il 60% e il 66% per l'elezione del presidente della Repubblica, per provvedimenti di amnistia/indulto, per eleggere i membri della Corte costituzionale: è giusto, si tratta di decisioni che hanno notevole impatto. Ma un momento… per deliberare lo stato di guerra basterebbe il normale 50%  più 1 della sola Camera dei deputati dove, lo ricordiamo, un unico partito avrà il 54% dei seggi. E’ una constatazione sorprendente, essendo ovvio che deliberare lo stato di guerra non è una decisione da liquidare come normale amministrazione quando la Costituzione stessa dichiara nella sua parte non modificabile che “l’Italia ripudia la guerra”. Oggi è estremamente improbabile il ripresentarsi di “semplici”conflitti con nazioni confinanti, mentre il mondo è costellato di aree di crisi in situazioni spesso caotiche quanto a ragioni e torti; è quindi complesso stabilire se un intervento sia  giustificato o meno, e deliberarlo non è certamente meno importante di qualsiasi altra decisione. Era così difficile aumentare la maggioranza richiesta, già che l’articolo veniva modificato?

Qui ci fermiamo, una volta di più con la brutta sensazione di una riforma nella quale è impossibile cogliere una logica coerente, e soprattutto un cambiamento in meglio.


(Leggi la Notizia 22/11/2016 ; Sabato sera 1/12/2016)

006 - La riforma del Titolo V: un passo indietro

pubblicato 11 nov 2016, 06:11 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

Ci  hanno lungamente spiegato, alla fine degli anni ‘90, quanto fosse necessario rafforzare il federalismo regionale; la parola d'ordine - soprattutto qui in Emilia-Romagna - di amministratori locali, sindaci e presidenti di Regione era pressoché unanime; chiedere una ripartizione legislativa tra Stato e Regioni che lasciasse a queste ultime funzioni amministrative  su materie che sino ad allora erano di esclusiva competenza statale o concorrente.

Ci spiegarono anche quanto ci avrebbe fatto bene il federalismo cooperativo - sull'esempio della Germania – che avrebbe  instaurato una collaborazione tra Stato e Regioni per un miglior governo del Paese.

Sempre gli stessi ci spiegarono ancora quanto fosse importante la sussidiarietà verticale, attraverso la quale le funzioni amministrative vengono attribuite agli Enti più prossimi ai cittadini; da ciò ne sarebbe dovuto conseguire  una maggiore partecipazione (e vigilanza) delle comunità e una maggiore incisività dei territori nei processi decisionali e normativi che li interessavano.

Si arrivò così, nel 2001, alla riforma del Titolo V.

Finalmente, dobbiamo aggiungere, perché essa altro non era che la doverosa applicazione dell' Art. 5 della Costituzione che impone di adeguare “i principi ed i metodi della legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”. La strada era quella giusta ma ora sempre dagli stessi è arrivato il contrordine, meno federalismo e più centralismo, va rivisto nuovamente il Titolo V!

La proposta di revisione del Titolo V prevede un modello di gestione delle risorse deciso dai ministeri - neanche dal Parlamento - senza possibilità di correttivi.

Le competenze esclusive che tornerebbero allo Stato riguardano: energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e navigazione, beni culturali e paesaggistici, ambiente ed ecosistema, attività culturali e turismo, governo del territorio, protezione civile, porti ed aeroporti civili.

La riformulazione dell' art. 117 poi introduce la cosiddetta “clausola di supremazia” statale, un ulteriore elemento allarmante perché concede al governo lo spazio per molte forzature: in nome dell'interesse nazionale (leit–motiv dell'ultimo decennio) sarà possibile imporre politiche e progetti invisi alle comunità chiamate a pagarne i costi  economici, ambientali, sociali e sanitari.

Se è ragionevole prevedere che sia il governo centrale a stabilire regole generali nelle materie più importanti per il paese, il nuovo ordine tuttavia costituirebbe un ulteriore arretramento delle legittime richieste dei cittadini potenzialmente o concretamente interessati alle opere. Non prevedere strumenti di concertazione locale non farà che aggravare la distanza tra cittadini ed istituzioni.

Da anni assistiamo ad un aumento dei conflitti sociali contro l'imposizione di politiche impattanti, vogliamo qui ricordarne una che riguarda direttamente il nostro territorio e che concerne il progetto di ampliamento della discarica Tre Monti (attualmente bloccato dalla Sovrintendenza ai Beni paesaggistici). Questo aumento della conflittualità, determinato da una maggiore consapevolezza dei cittadini, suggerirebbe di rivedere i meccanismi di funzionamento della democrazia proprio in direzione opposta da quelli previsti dalla riforma, ovvero rafforzando il concetto di sovranità dei territori.

I promotori della riforma costituzionale sostengono che occorre votare sì al referendum per rendere più moderno, veloce ed efficiente il “sistema paese”. La riforma, escluse le regioni a Statuto speciale che mantengono una forte autonomia, in realtà fa piazza pulita di ogni idea federalista, imprimendo una svolta centralista al sistema delle relazioni tra lo Stato e gli enti territoriali. ...e questa la chiamano modernità?

(Tutto Imola 7/11/2016 ; Imola Oggi 7/11/2016 ; Leggi la Notizia 11/11/2016; Sabato Sera 24/11/2016)

005 - La riforma riduce i costi della politica, un caffè in più all’anno per tutti!

pubblicato 24 ott 2016, 01:43 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

Abbiamo letto e riletto il passaggio del quesito referendario che vuole trasmettere al cittadino l’idea di una riforma anti-sprechi, sottolineando “la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel”.

Siccome questo è un passaggio tra i più sfruttati dai sostenitori del SI , come per affermare che chi vota NO non vuole il bene dell’Italia, vorremmo appena addentrarci negli sperperi che quotidianamente avvengono nel nostro paese. 

Partiamo dal dato, certificato dalla Ragioneria dello Stato, che col nuovo senato il risparmio non arriverebbe ai 50 milioni di euro all’anno, un decimo di quanto sbandierato dalla ministra Boschi: questo perché un senato continuerebbe ad esistere e il cosiddetto costo di struttura rimarrebbe pressoché invariato. Ebbene, ricordiamo che il senato nel 2015 è costato 540 milioni di euro e già abbiamo una prima idea del reale impatto della riforma.
Certo che col debito pubblico che ci troviamo tutto può tornare utile, ma allora perché con una diversa revisione della Costituzione non abbiamo abolito il senato oppure ridotto anche il numero dei deputati? Anzi, poichè la nostra classe politica è tra le più pagate d’Europa, piuttosto che ridurre i parlamentari meglio sarebbe pagare un po’ meno le migliaia  di italiani che vivono di politica: oltre che le esigenze di risparmio, è l’etica a richiederlo.

Ma i veri grandi risparmi sono altrove, vogliamo tagliare quelle decine di enti inutili che i vari commissari alla “spending review” hanno individuato? Solo lì si rispamierebbero diversi miliardi di euro, invece abbiamo fatto in modo di costringere alle dimissioni uno dietro l’altro ben tre commissari, perché quello che proponevano non veniva preso realmente in considerazione. Si dirà che almeno il Cnel viene abolito, e sono altri 8-9 milioni risparmiati: d’accordo, aggiungiamoli pure al risparmio sul senato e otteniamo un totale di neanche 60 milioni. Possiamo così dire che il risultato economico della riforma è equivalente a … un caffè all’anno per ogni cittadino italiano!

In realtà è già una aberrazione il modificare una Costituzione per ottenere un risparmio. Vogliamo piuttosto affrontare seriamente il problema della corruzione, che per il nostro paese significa costi enormi?

Cosa viene fatto di concreto per combattere questa piaga? Poco o nulla, visto che le statistiche europee ci danno come uno dei paesi più corrotti ma purtroppo anche come il paese che ha meno carcerati per corruzione: questo è il segnale di una carente attività di sorveglianza e repressione.

Non ci dilunghiamo oltre, perché se volessimo parlare di possibili risparmi e attuali sprechi non basterebbe  un’enciclopedia: ma proprio per questo l’effetto della riforma costituzionale, presentata come panacea dei mali del nostro paese, non può che risultare trascurabile sui conti dello Stato,  e purtroppo dobbiamo constatare che ancora una volta si cerca di turlupinare gli italiani.

(Sabato Sera 27/10/2016 ; Leggi La Notizia 31/10/2016 ; Corriere di Romagna 02/11/2016)

004 - Il "bicameralismo paritario" è il male assoluto?

pubblicato 6 ott 2016, 05:43 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

E’ ormai noto, comunque la si giudichi, che la riforma costituzionale riguarda diversi argomenti, non sempre correlati: basti dire che viene modificato ben un terzo degli articoli. Vogliamo iniziare l’approfondimento di merito utilizzando come filo conduttore il titolo scelto dal governo per la riforma stessa, del quale oggi tratteremo il primo punto: il “superamento del bicameralismo paritario”.

Con questa dicitura si intende la differenziazione della competenza legislativa tra le due Camere, e l’attribuzione del voto di fiducia sul governo alla sola Camera dei deputati. Quali benefici dovrebbe portare? Sembrerebbe logico condividere quanto affermato dai sostenitori della riforma: i benefici consistono nell’abbreviare i tempi legislativi e nell’aumentare la stabilità di governo.

Purtroppo i dati reali smontano le aspettative di grandi miglioramenti. Come certifica Openpolis, associazione indipendente specializzata in analisi statistica, gli attuali tempi di approvazione delle leggi sono mediamente di 151 giorni per le leggi di iniziativa governativa (le più importanti e la grande maggioranza: 80,4%) e di 375 giorni per le leggi di iniziativa parlamentare; il dato più interessante è che il tempo minimo è stato di soli 13 giorni… per l’approvazione del Trattato europeo salva-banche. E’ invece l’ufficio comunicazione del Senato a farci sapere che in tre anni sono state approvate 231 leggi, non sono poche.

La realtà è che la difficoltà nell’approvare alcune leggi deriva semplicemente dai disaccordi all’interno della maggioranza di governo, disaccordi che però spariscono quando si tratta di votare la fiducia all’esecutivo: in tal caso, di fronte all’eventualità di interrompere la legislatura e perdere il seggio, i parlamentari di maggioranza ritrovano una totale armonia… per il bene dell’Italia, si intende. Di fatto, nell’intera storia repubblicana solo due volte un governo è stato “sfiduciato”: non pare un rischio di instabilità così incombente.

Ecco quindi che risulta del tutto propagandistico attribuire effetti miracolosi a questo aspetto della riforma. Ma attenzione: lo scenario diventa inquietante se abbiniamo ai poteri esclusivi attribuiti alla Camera una legge elettorale costruita per rendere blindata la maggioranza rappresentata dal solo partito vincitore delle elezioni, guarda caso proprio quello che il governo si è premurato di fare con il cosiddetto “Italicum”. Ipotizzare che dietro al superamento del bicameralismo paritario si nasconda una volontà antidemocratica non è dunque essere maliziosi, ma semplicemente avveduti.

Sarebbe saggio affermare che numero, composizione e funzioni delle Camere vanno analizzati nel loro complesso e senza dimenticare le relazioni con gli altri poteri dello Stato: non esiste una ricetta ottimale e tutte le nazioni si differenziano in qualche particolare, per cui è fuorviante citare questo o quel modello. Qualche esempio? Il bicameralismo paritario è in vigore negli Stati Uniti (tuttavia la figura del Presidente è ben diversa dalla nostra, tanto per citare una differenza). Per contro, a chi cita Germania e Francia possiamo rispondere che in Germania (uno Stato federale) il Senato è composto da membri dei governi dei Länder, e dunque da rappresentanti del potere esecutivo; in Francia, il Senato è composto per oltre un terzo da eletti senza altri incarichi locali, e a partire dalle prossime elezioni sarà vietato a un deputato o a un senatore di essere contemporaneamente anche sindaco o presidente di Consiglio regionale. Aggiungiamo che in Francia sussiste il bicameralismo paritario per quanto riguarda l’attività legislativa.

E allora, vogliamo abbandonare il bicameralismo paritario? Possiamo farlo, ma perché tenere un Senato di persone a mezzo servizio (sono anche sindaci o consiglieri regionali), perché assegnare loro compiti lontani dalla loro competenza (spetta anche al Senato decidere su rapporti con l’UE, leggi costituzionali, tutela delle minoranze linguistiche), perché non fare eleggere i senatori dal popolo? E soprattutto, perché il Senato non deve poter “togliere la fiducia”? Forse perché, non essendo eletto attraverso l’ “Italicum”, c’è il rischio che la maggioranza non sia controllata dal partito di governo? Solo se i sostenitori della riforma daranno risposte a questi interrogativi potranno convincerci che il “superamento” del bicameralismo paritario, così come proposto, abbia un senso.

(TuttoImola  6/10/2016 ; Leggi la Notizia 7/10/2016 ; Corriere di Romagna 10/10/2016 ;  Sabato Sera 13/10/2016)

003 - Una riforma amica dei mercati finanziari

pubblicato 30 set 2016, 05:36 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

In un nostro precedente intervento abbiamo trattato l'anomala genesi di questa riforma, pensata e imposta dal governo ricorrendo spesso al “voto di fiducia” concludendo con la domanda: “perché questa riforma forzata?”.

La risposta è che la politica a livello nazionale, europeo e internazionale è una politica debole che non risponde più agli elettori ma ai mercati finanziari, alla B.C.E., al F.M.I., e alle grandi Multinazionali, organismi sovranazionali refrattari alla volontà dei cittadini e alla sovranità del popolo.

 Alcuni si chiederanno cosa c'entra questo con la riforma costituzionale, c'entra eccome! Sono anni che veniamo depauperati di diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione in nome di politiche monetarie che hanno impoverito i più  per favorire i cosiddetti “poteri forti”.

A costoro servono governi subalterni e parlamenti deboli, che non creino intralci alle loro scelte in fatto di politiche finanziarie ed economiche e sicuramente la nostra Costituzione  rappresenta un impaccio che va superato.

 E sì, la Democrazia ha i suoi tempi, richiede partecipazione, ricerca del consenso, confronto e anche conflitto, tutti “intralci” che portano via tempo, i mercati non possono aspettare!

Negli ultimi venticinque anni, anche attraverso leggi elettorali “truffa”che non hanno fatto altro che aumentare l'astensionismo, abbiamo  visto il parlamento sempre più supino ai vari governi in nome di una governabilità in realtà fittizia perché le decisioni che contano vengono ormai prese altrove, al di fuori del recinto statale. A tal proposito è illuminante il fatto che l'ambasciatore americano John Phillips alcuni giorni fa sia intervenuto a favore delle riforme che “portano stabilità” e certamente  questa  riforma favorisce la stabilità del capitale internazionale.

Noi vorremmo invece Governi e parlamenti autorevoli, in grado di resistere alle spinte di un mercato che si può ormai dire di rapina. Rapina di risorse, di diritti e di democrazia.

L' affermazione che questa riforma consentirebbe di legiferare più rapidamente è facilmente smentita da quanto avvenuto in passato, in realtà quando il Governo ha  voluto il Parlamento ha votato molto velocemente provvedimenti pesantissimi per il nostro Paese quali il Pareggio di Bilancio, la Riforma pensionistica e il Jobs Act.

Da quanto invece il nostro Parlamento non vota una legge di iniziativa popolare o non legifera per dar corso all'esito di un Referendum popolare?Un esempio per tutti: il referendum sull'acqua pubblica il cui risultato è stato vergognosamente disatteso dagli atti governativi già votati e da quelli attualmente in discussione.

 Prossimamente avremo modo di chiarire meglio, approfondendo l'analisi degli articoli della riforma,quali sono i pericoli insiti in modifiche apparentemente innocue.


(TuttoImola  27/9/2016 ; Leggi la Notizia  30/9/2016 ; Il Nuovo Diario  30/9/2016 ;  Sabato Sera  6/10/2016)


002 - La revisione della Costituzione e il contesto politico

pubblicato 17 set 2016, 11:13 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:07 ]

Nel portare avanti l'esame dei temi legati al prossimo referendum, prima di affrontare le modifiche proposte per la nostra Costituzione riteniamo possa essere utile riflettere sulla genesi della riforma e sul quadro politico nel quale è avvenuta.

Infatti nessuno di noi è pregiudizialmente contrario al cambiamento, si tratta però della legge fondamentale che regola la convivenza civile e democratica nel nostro paese:  quindi ogni cittadino chiamato al voto deve iniziare valutando se il delicato impegno sia stato affrontato nelle condizioni ideali e con un approccio corretto.

La nostra prima riflessione parte dalla sentenza della Corte costituzionale (sentenza n°1/ 2014) la quale dichiarò incostituzionale la legge elettorale precedente, il cosiddetto Porcellum, perché il premio di maggioranza alla Camera era distorsivo ( ricordiamo che dava 100 deputati in più alla prima coalizione indipendentemente dal risultato elettorale) e perché, con le liste bloccate, toglieva il diritto agli elettori di scegliersi il proprio rappresentante.

Nella sentenza la Corte costituzionale non trascurava di specificare che il parlamento eletto, e le decisioni da esso prese “prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali”, rimanevano validi “per il principio di continuità dello Stato”: trovandoci in presenza di un parlamento eletto con regole incostituzionali, viene tuttavia spontaneo pensare che la cosa più corretta da fare sarebbe stata modificare la legge elettorale e successivamente tornare al voto.
Che il nostro paese fosse (e sia tuttora) di fronte ad una crisi economica fortissima poteva senz’altro giustificare un temporaneo proseguimento della legislatura per adottare i provvedimenti necessari, ma niente di più e certo la modifica della Costituzione non si rende necessaria per la gestione della politica economica.

Ricordiamo poi che nel 1947 Piero Calamandrei  chiese che il governo non fosse presente in aula quando in parlamento si discuteva della Costituzione, perché la Costituzione o parte di essa non può essere condizionata da una maggioranza provvisoria e specifica.  Quando fu votata la Costituzione, nonostante il profondo distacco fra i partiti di allora, il risultato fu quasi un plebiscito (votanti 515, a favore 453): questo grazie allo sforzo compiuto affinchè la Costituzione rappresentasse tutti.

Oggi?  Dopo un paio di mesi dalla sentenza della corte Costituzionale il Governo, e non il Senato o la Camera, propose la revisione della Costituzione: un vero paradosso! In conclusione ci troviamo di fronte a due gravi forzature: la prima è che il governo stesso ha imposto la riforma della Costituzione (per giunta siamo in presenza di un governo a maggioranza strettissima) e la seconda è che un parlamento, eletto con regole incostituzionali, la ha ratificata con largo uso del “voto di fiducia”.

La seconda riflessione ci porta inevitabilmente all’ Italicum,  la nuova legge elettorale approvata dal governo. Molti costituzionalisti l'hanno giudicata semplicemente un Porcellum ritoccato, ma ancora gravato dei difetti originari: è già in corso l'esame da parte della Corte costituzionale, e vi è la forte probabilità che a ottobre anche l'Italicum venga bocciato come il suo predecessore. Ebbene, questa legge è stata espressamente scritta dando per scontata la successiva riforma costituzionale, tant'è vero che indica le norme solo per l'elezione della Camera (sappiamo che la riforma prevede un Senato non elettivo): possiamo quindi notare l'approssimazione e anche la supponenza con le quali il governo ha impostato questi provvedimenti, evidentemente nella convinzione di poter imporre agevolmente la propria volontà su tutti i fronti.

L'ultima riflessione si rifà alle esternazioni del Presidente del consiglio a proposito di un'eventuale sconfitta al referendum. In questi mesi l'atteggiamento è risultato contraddittorio, passando dalla promessa (o minaccia?) di uscire dall'attività politica alla promessa (o minaccia?) di portare comunque a termine la legislatura.

Oltre a dimostrare scarsa serietà, il fatto denota come il referendum sia usato in modo disinvolto come arma di ricatto in un senso o nell'altro, magari sulla base dei sondaggi di opinione: insomma, la Costituzione manovrata senza rispetto a fini personali.

Concludiamo così questa sintesi del contesto in cui si è venuta a collocare la riforma costituzionale e crediamo che ci sia già molto da obiettare, ancora prima di entrare nello specifico delle modifiche. La domanda che manteniamo per ora senza risposta è: perché questa riforma forzata? Proveremo a capirlo nelle prossime occasioni. 


(Pubblicato su Leggi la Notizia - 14/9/2016 ; Sabato Sera - 22/9/2016 ; Corriere di Romagna - 26/09/2016)


001 - Le ragioni di un "NO"

pubblicato 17 set 2016, 11:07 da Cittadinanza Attiva Imola   [ aggiornato in data 30 mar 2017, 08:04 ]

Noi di Cittadinanza Attiva, in vista del referendum costituzionale, desideriamo iniziare con i lettori di questo giornale un dialogo che ci porterà a motivare la nostra scelta di votare "NO" alla riforma.

In questo primo intervento anzitutto presentiamo il nostro comitato permanente, nato dall’idea di un punto di riferimento stabile per coloro che vogliono impegnarsi nel promuovere la consapevolezza dei propri diritti e nel far sentire la loro voce quando le scelte delle Istituzioni locali e nazionali possono produrre un danno o un rischio per la collettività riguardo a temi sociali fondamentali quali salute, ambiente, istruzione, lavoro, beni comuni, e quell’elemento che tutti li racchiude: la democrazia.

Proprio per questo nutriamo una grande preoccupazione per le possibili conseguenze della riforma, a fronte di un filo conduttore improntato all’autoritarismo e all’accentramento, quasi a voler allontanare sempre di più i cittadini dalla politica. Tutti siamo consapevoli della distanza che si è già creata:  ebbene,  le modifiche costituzionali proposte dal Governo (non dal Parlamento della Repubblica) determineranno un ulteriore ostacolo alla  possibilità di intervento di noi cittadini nelle scelte politiche e, quindi, una diminuzione della nostra libertà che - come cantava Gaber - è partecipazione.

Non intendiamo accettare l’idea che sia sufficiente “fare”, il vero obiettivo è “fare bene”; e se è vero che vi sono margini per migliorare l’efficienza del nostro sistema politico,  le misure proposte dal Governo - lungi dal produrre unicamente aggiustamenti tecnici - mirano ad una sostanziale modifica dell'impianto di tutela democratica. Tale impostazione non rappresenta certo una novità, anzi esplicita una tendenza in atto da tempo e non solo nel nostro paese.

Tutti i sabati mattina a partire dal 10 settembre saremo presenti con un banchetto in centro (in via Emilia 186 o via Mazzini 19 a seconda delle date); inoltre sono previsti eventi informativi, e contiamo di organizzarli con persone di rilevanza nazionale. Seguiteci anche sul sito e sulla pagina Facebook!


(Pubblicato su Leggi la Notizia e Tuttoimola - 7/9/2016; Nuovo Diario - 15/9/2016)

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